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Carlo Molinari… Scrivere secondo istinto.

Cercando di fare un po' di poesia

Mese

gennaio 2017

Haiku 01.02 – Assenza

Goccia leggero,

il tuo non-Essere

sbanda le ore.

 

Foto copyright free, http://www.pixabay.com.

 

Ma cos’è un Haiku (per gli ignoranti come me…)?

L’Haiku è un componimento poetico, una brevissima poesia formata solo da tre versi. Una poesia di concentrazione. Ha caratteristiche molto precise. Nell’Haiku classico i versi sono formati da un numero preciso di sillabe. Il primo verso contiene cinque sillabe, il secondo sette sillabe, il terzo verso di nuovo cinque sillabe. Un totale dunque di diciassette sillabe. All’origine i contenuti dell’Haiku erano la natura, i sentimenti e le emozioni del poeta nei confronti della natura. All’interno di ogni HAIKU era costante la presenza di un KIGO, ossia una parola o una situazione che fa riferimento a una delle quattro stagioni, Ma oggi si scrivono Haiku il cui contenuto può spaziare ovunque. La tradizionale tecnica adottata consiste nel contrapporre due immagini contrastanti, una che alluda al tempo e/o al luogo, l‘altra relativa ad una fugace e vivida impressione, ed attraverso entrambe giungere ad una sintesi che richiami profondi stati d’animo. Il risultato, pur seguendo dettami precisi e rigorosi, deve dare una sensazione di naturalezza e di realismo, di partecipazione ed al contempo di distaccata leggerezza. Per comprendere l’essenza implicita negli haiku il lettore deve dimenticare l’intelletto e far ricorso proprio alla sensazione e all’identificazione con le impressioni suggerite. Risulta evidente l’influsso della dottrina del Buddhismo-zen e il richiamo all’esperienza del “satori”, la rivelazione improvvisa. Oltre Basho, i maggiori esponenti di questo genere sono Buson, Issa e Shiki, che, a seconda delle diverse personalità, hanno impresso uno stile inconfondibile alle loro composizioni poetiche. Ci sono scrittori moderni, specialmente occidentali, che compongono Haiku con un numero di sillabe maggiore. La tradizione vorrebbe che non si componessero Haiku con una quantità minore di sillabe, ma riteniamo che si possa fare, se l’atmosfera creata dall’ Haiku è pregnante, netta, lucida, viva. Insomma, se è un bell’Haiku. Tratto da http://diamanterosso.altervista.org/dblog/haiku.htm
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Bassa marea

Sotto l’ombra

abbiam frenato

la calura estiva,

tra i giacconi

le meste danze

della nebbia.

Quante lune insieme

sulle rive dei mari.

E lontano il faro

che a tratti

smerigliava.

 

2008

Foto copyright free, http://www.pixabay.com.

Pleiadi

Non siamo

abituati al buio

ma agogniamo

e crediamo

nella Luce.

 

1991

Foto copyright free, http://www.pixabay.com.

Danza nel fuoco

Sbatti le ali,

ora che i cieli stanno

sollevando le palpebre

a guardarti,

a rendersi conto che esisti.

Non sia mai che

tue piume ancor tarpate,

siano cremate dai soli

dell’indifferenza!

Leviga, tornisci il tuo corpo

impomatati d’olio di balena,

imbraccia lo scudo rovente

se aspra scaramuccia

si solleverà tra due visi

a tenero confronto.

O niente di tutto questo!

Apri le mani

ora che la farfalla

sta placando

il suo volo ignoto.

Non proferire verbo alcuno,

accarezzala con lo sguardo

respirane i colori smaglianti

prima che la paura

di essere amata,

la innalzi sopra la tua testa

euforicamente tesa.

E voli via,

si eclissi all’orizzonte

dell’Attesa.

Ancora una volta.

1991

Foto copyright free, http://www.pixabay.com .

“Nilo blu” (pianobar d’ironica nostalgia)

Pinacolada e croccantini insipidi:

artigli d’ananas

nettare di cocco

alcol che annaspa nelle vene.

L’oblio del non presente

mormorio d’insulsa gente.

 

La nube timbrica

della tua voce nera,

Dea angelica nel sussurrio

del mio tenebrare,

al tuffo m’invita.

 

E tu: inspirami.

Riempi gli alveoli del seno amoroso

poi, espira sulle facce stordite

il mio Essere aggrovigliato

a denti stretti

nel deserto che s’appiana.

 

Le dune non esistono più.

L’indifferenza se l’è risucchiate.

Quanto poveri, i Versailles di sabbia!

 

E gira, e rigira

cerca ciò che non devi trovare

che si fa sospirare…

Si che vien voglia secca ed amara

d’al vento urlare.

 

Eterea è la stupida poltroncina

su cui ammasso

il mio chiodoso corpo.

Mi eleva il tabacco:

fatti agguantare, miserabile Bacco!

Ch’io in te mi perda…

Non sia mai! Non devo pensare:

a chi annega in sè stesso

lacrimare mai sarà permesso.

 

Permesso? M’è lecito entrare?

Pur di spostare

un solo dito (e quanto lo bacerei)

nel torbido e gelido mare,

ghigneresti

e mi faresti annegare.

 

Eppure…

Miseramente me ne vanto,

a galla ci so restare.

Attendendo te, povero idiota,

lunatica gabbiana,

per farmi accarezzare

dai tuoi teneri artigli.

 

Gente, udite: se lei non c’è,

in fondo, cosa cambia?

Me ne andrò

a cibarmi di liane

laggiù,

nel profondo dello Zambia!

 

1991

Foto: copyright free, http://www.pixabay.com.

Urla cadenti

Tacciono i ballatoi

nella notte di mezzo agosto.

Qualche impallidita lanterna

a frusciare compagnia.

Tra schizzi di lenzuola

membra stralunate

si torcono

e brusii di piedi

un sorso d’acqua

indagano.

 

2008

Foto: copertina del mio libro “Cantico” (2008), ora fuori commercio.

La matassa

Come un giglio screziato

si staglia

quest’ansimar

d’arterie frenetico.

M’affascina

dei giorni

l’intricata matassa,

tra fetide brutture

e d’ascetismo

afflati vitali.

Un’oscillante smania

tra avemarie di Scirocco

e nordiche aurore.

E miliardi

di mani giunte.

D’amaro sale

intrise.

 

2007

Foto non coperta da copyright, https://pixabay.com, ripropongo questa poesia pubblicata agli inizi di Gennaio 2017 in questo mio blog. La sento parecchio mia, mi rispecchia notevolmente: la contraddizione apparente del vivere oscillando tra gioia e dolore. Credo che questo sia il destino umano. Forse. Certo, potrò sembrare un pò “Leopardiano” in questo mio modo di pensare, ma credo, tutto sommato, che la croce faccia sempre parte dell’esistere umano. Conscio, tuttavia, che la croce stessa porta sempre, prima o poi, ad una resurrezione. E all’ascensione. La vita sublimata.

La foto che ho allegato ha tutt’altro tema (la paura delle donne davanti alla violenza maschile), ma può essere anche intesa come ad una richiesta di STOP temporaneo di un quid che deve essere regolato, messo a fuoco, compreso, amato, senza riserve e senza stralunamenti. Aprirsi sempre alla Vita: mai rinchiudersi in sè stessi non volendo accettare le mani tese che ti si celano dinnanzi. Ecco, anche questa è un’interprestazione della foto stessa. E la faccio mia.

Carlo, 30/01/2017, ore 11.50.

Fine dell’attesa (?)

Ercole guerreggia

nel misero schermo,

la più grande stupidità

in questa sera vuota,

di messaggi afona.

Sempre più illogici divengono

i tuoi ostinati silenzi,

che a forza mi esiliano

dal tuo presente.

Dalla tua vita

mi scagli fuori per giorni.

Ed io sempre ad attendere.

Ho cercato di capire

ho provato a comprendere.

Ma due anime che canticchiano

d’amarsi senza fine,

comunicano sempre con il cuore.

Anche se stilla sangue.

Tu no.

Ciclicamente no.

Mi strabutti fuori

dal tuo presente per giorni,

ed io sempre ad attendere.

Relativamente quieto.

 

Della sera è quasi il culmine

le mie lenzuola m’interpellano

sospinge lo snervamento.

E vessato è il mio senno

da miliardi di perché.

.

Quasi vedovo di un amore

troppo spesso stralunato.

 

2017

Foto libera da copyright, https://pixabay.com/it/.

La quiete effimera

Notte fonda, planetaria

solo torme di grilli t’adornano.

Troppo tardi

perché qualcosa si scuota

troppo presto

perché remote sveglie

a trillare esordiscano.

Un fragore di tosse

tra ibernati palazzi

risuona.

Tutto ammutolisce.

Solo un clacson ovattato

rivela occhi sfiancati

erranti nel nulla

d’una quiete effimera.

 

2007

Foto libera da copyright, dal web, http://www.fotolibereazero.it/SITE/MAIN/CatsView_Exe.asp?idC=354

A Miriam

Anche tu te ne vai,

buchi la notte nel treno a cuccette

per approdare nella cristiana Baviera,

e il tempo da indugiare

per rivederti davanti a un caffè

sarà lungo di piogge e fiocchi di neve.

Lo studio ti permeerà le giornate,

freschi volti, nuove amicizie,

un fiore, tu, che sboccia

lontano dall’humus che t’appartiene.

E sarà tempo nuovo,

saranno cappotti e colorate sciarpe,

saranno tratte in metro

carichi di gente

che non vocifera come noi.

Sarà un’età della tua vita

che diverrà ricordo distante

quando gli anni si snoderanno

e una famiglia t’affiancherà.

A te arrida la sorte,

che il Padre ti benedica e ti mostri

i cammini da transitare

per essere sicura di te stessa,

e sempre, ancora una volta,

nei nostri afflati.

 

2012

Dedicata a mia nipote Miriam, alla sua partenza per il programma “Herasmus”. Foto mia, reinterpretata al computer nel 2004.

Oasi

Vivo l’auspicio

di fresche notti

che m’incanalino

a mutevoli aurore.

Stordita oscilla

la ragione

fra scompigliate ciocche

e un pizzo screziato.

D’errare innanzi

mai appagato.

 

2007

XII Premio nazionale di poesia “Ottavio Nipoti 2007” (Ferrera Erbognone, PV): finalista e inserita nell’antologia del concorso.

Foto delle mie mani, fatta da me, congiunte a preghiera e reinterpretata a computer qualche anno fa (2005).

Buon riposo, notte

Sono ammantato d’un concerto

di chiarore.

Eppur poche anime

prendono il via.

Netturbini ciondolano tra vie

sonnolente

e due pendolari imboccano

corriere deserte dall’odor

d’arancia acre.

Pare il sole di mezzanotte.

E spingersi al Nord più estremo

dove le tenebre si scostano

a pennellate di sole

rosso fuoco e nubi

d’indaco striate.

L’ombra che s’allunga stampa

un’imposta semichiusa

celando lenzuola sfatte e

schiene nude tra chiome

arruffate ch’ancor dormono.

A svestirsi dall’afa.

Mutolii di case

accompagnati solo

dal ronzio

di qualche vecchio frigorifero.

 

2007

Concorso letterario internazionale “A.L.I.A.S. 2007” (Accademia Letteraria Italo-Australiana Scrittori), Melbourne, Australia: finalista e “menzione d’onore”. Inserita nell’antologia del concorso: sotto il patrocinio del Consolato Generale d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura a Melbourne, e con il supporto della Camera di Commercio e Industria Italiana, della Victorian Multicultural Commission e del Comune di Moonee Valley (Australia).

Concorso internazionale “Padre Raffaele Melis o.m.v. 2009”, Tor Lupara (RM), con i Patrocini del Senato della Repubblica, Presidente del Consiglio dei Ministri, Pontificio Consiglio della Cultura, Comune di Roma e della Regione Lazio: finalista.

Foto copyright free, http://www.pixabay.com.

Il tempo che (s)fugge

Quasi sgomento,

pulviscolo mi scopro

in talamo disabitato.

 

Percezioni di tedio,

illusioni d’arrestare

le Indianapolis

delle rugosità.

 

Come

guizzare

sottovetro.

 

Per riaffiorare qui

dove arse zolle

decretarono

il silenzio.

 

2008

A Marga (ma chi eri tu?)

Anche tu, non sfuggirmi:

non scivolarmi nell’abisso,

non abbagliarlo, per poi

soffiarci sopra

sì ch’io prosegua cieco

sino a schiantarmi

in me stesso.

Solo ieri sono cascato

nei tuoi occhi madrileni,

ritmo decelerato

dalle corse pazze e arriviste

di tanti esseri (s)pensanti.

The beautiful people.

Gustare, abbuffarsi

di vivande succulente e saporite,

giocare al sesso caldo sino

all’ebollizione e poi,

ancora,

all’ustione:

“Le essenze della vita

sono peccato!”.

Non esserne sicura,

angelo profumato

dalle ali tarpate.

C’è tutto un Senso

nel circondìo che

ci rotola attorno.

E troppo sovente ci travolgiamo,

ci schiacciamo,

stritoliamo,

spremiamo,

e il sangue insipido rigagnola

accanto ai nostri pianti.

L’Essenza sta nel non perdere

noi stessi.

Prendere a calci in culo

chi osa squarciare

nel disprezzo,

il nostro fantasticare d’arcobaleno.

È l’armonia a volte

intrisa di sensazioni

da Domeniche vuote, buie,

nel silenzio dei tram a riposo

osservando le pareti nude

delle nostre stanze antiche.

Non sia mai pugno

la tua mano, dalle teneri forme!

Stendila e muovi i passi

verso altre mani tese,

le mie.

Che le dita s’intreccino

fino a farne uscire

a gocce, poi a fiume in piena,

tutta la vitalità.

Quanto il sudore!

Tiranno è questo tempo acido,

e ci piove addosso.

Ma portiamo nascosto,

nelle tasche del nostro sentire

un ampio e generoso ombrello:

due paia di labbra,

che possono unirsi.

 

1991

Dedicata ad una ragazza madrilena, “conosciuta” in un’osteria bolognese durante una serata tra amici e mai più rivista.

Corto circuito

Ciuffi d’aria farinosa,

gesso e polvere di globuli

inondano a circolo chiuso

questa scatola cinese

dai ricci appiattiti

negli anni.

 

Molière non mi tange

nemmeno un’unghia incarnita:

le nostre realtà a volte (di Voltaire)

sono carri vuoti

e dei buoi si sono già saziate

le iene dell’arrivismo primitivo.

 

Il carro aspetta il carico: c’è ma non si vede.

Lo puoi odorare, come il vento…

Nessuno dubita che esista,

non un’anima lo vede.

 

Le derrate d’immani pensieri

mi aiuterebbero a riempire lo stomaco.

Ma lo sfiato in esso crea

il pericoloso corto circuito.

 

Serrato in me stesso,

a braccia aperte (arca ondosa)

verso i vostri volti.

I bivii…

I trivii…

Le arterie autostradali

annodate, strizzate

da noi, fulmini impazziti:

dove andrò a riposare, madre?

Dove mi sarà lecito

sbarrare definitivamente

questi occhi che

troppo (poco?) han visto?

Quali i cipressi arcani?

 

Forse basta solo mirarmi allo specchio

ed evitare: frantumarlo di pugni.

E leccarmi il sangue

sulle nocche.

 

C’è una Luce però…

 

1991

 

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