Perché non scrivere

di quei tuoi occhi da luna

che si cullano all’orizzonte marino

del mio pulsare,

tra lampare solitarie

e passeggiate sul lungomare

grigio-verde?

 

Perché non cantare

al vento spilloso delle baite

lo slancio che ci unisce

e ci innalza ad aquile reali

in planata sovrana e sicura,

nel nostro essere a labbra appaiate?

 

Perché non ricoprirci

del manto di foglie secche

e riposare, con lo sguardo

ai rami

addormentati,

pronti al nuovo salto

nel germoglio di un bacio assolato?

 

Perché non incoronarti regina

del mio circondìo,

tra gemme, gardenie e fresche dalie,

tra i voli delle piume migratrici,

tra il profumo del grano,

frumento e farina,

che si fan pane croccante

tra le mani sudate dalla fatica?

 

Perché questo ciclo di coloriture,

questo susseguirsi di stagioni,

questi maglioni a girocollo

sopra i sandali da mare

sono l’aria che respiriamo

ogni giorno.

 

Sono due esistenze

tenere e violente,

che ormai non vogliono

più separarsi.

 

Perché mi sei nata dentro,

da sempre.

Ed io ti sboccerò,

ancora una volta,

tra le dita.

1995

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