E non si canta più in primavera

E non si canta più in primavera.

 

Le rondini gemono invischiate

tra ciuffi di rovo,

anche il pianto delle vedove

tace in un silenzio spettrale.

 

Il giorno è afono,

inesplicabile.

Le bancarelle rionali

nulla più svendono,

non si canta più in primavera.

 

Si tace e ci si rimbocca

le miti trapunte.

 

Per non patir più

i suoni dell’afflizione.

 

2009

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“Mentre aspetto che ritorni” (Renato Zero)

Mentre aspetto il tuo ritorno

Metto in ordine le idee

Non so davvero in quale fortunato giorno

Da quella porta spunterai

Ho aggiustato il lavandino

E lo stereo finalmente va

Sono un uomo pieno di risorse in fondo

La vita mi conosce già

Sono qui che ti aspetto

Perché ho voglia di vincere

Non c’è altro che vorrei

Rincontrare gli occhi tuoi

Cancellarmi e rinascere

 

Ovunque sei

Ti mancherà la mia complicità

Ovunque sei

Qualunque faccia mi somiglierà

Ovunque sei

Ti impegnerai per non amarmi più

Testardo io

Che quella fede non l’ho persa mai

Accetterò da te qualunque verità

 

Sarà come la prima volta

Impacciato starò lì

Cercando di strapparti una risposta

Un meraviglioso “sì”

Ogni amore ha i suoi tarli

Ogni storia ha i suoi limiti

Resistenze non farò

Se destino accetterò

Anche il rischio di perderti

 

Ovunque sei

Di maledirmi non stancarti mai

Quello che vuoi

Ma questo cuore sanguina lo sai

Vigliacchi noi

Ci consegniamo a questa realtà

Vivremo poi

Con questo dubbio per l’eternità

Svegliarmi dovrei

 

La casa è aperta torna quando vuoi

Mi trovi qui

Perché non voglio perderti così

Mille altre volte ricomincerei

Ancora ti perdonerei

La voglia c’è

È sempre viva questa nostalgia

Di te

Ovunque sei

Mi manchi…

 

http://www.youtube.com/watch?v=0B9FM5IvqE0

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Armistizio

Acerbo patire,

non tollero più

di rincasare muto e preda

degli spettri del passato.

Fuori c’è un tenuo sole,

in me ancor alberga

battaglia e lotta acerrima

per non rimetterci l’amore.

L’ho rinvenuto dopo anni

di penare dissennato,

ora non lo cedo a nessuno.

 

Eppur ti bacio.

Ti bacio ancora.

Spero.

 

2017

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Due notti in pensione

Quest’odio di silenzio bastonato

stilla impregnante sui capelli,

come sangue delle discordie.

E quel prato d’amore

(o d’ipocrisia umana?)

di sapore aperto,

nei colpi d’occhio smaglianti,

pare ormai melma putrida

e i piedi vi affossano lentamente.

La muffa delle meschinità

ci ha ragnatelato le labbra.

Tutto affossa,

tutto si perde nel dolore.

Ma la testa lotta e digrigna,

si contorce e urla all’aria

come mostro bambino ferito:

respirali quegli occhi gonfi!

Ricordi, miserabile?

C’era un prato di rose.

Ora, un muro di cemento:

ma tu hai il piccone

del perdono in mano.

 

Firenze, 1991

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