Quando Dio chiama

Se un fascio di luce Celeste

s’insinua tra labbra a calamita,

e infervora e rischiara

e infonde amabile bellezza,

la rinuncia non lo degradi

a sortilegio di druidi celtici,

sbiadendo sorsi meritati

di madreperla sulle tempie,

amare non è fiorire in serra

ma è soffio e alimento divino,

soave precipizio che s’infuoca,

e si libra libero, là dove Iddio

da sempre, l’ha chiamato.

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Ph.: “Amore e Psiche” di A. Canova (Museo del Louvre, Parigi)

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Vorrei ancora più tempo

Vorrei che la luna si accecasse

incrociando il tuo sguardo,

che t’innalzasse al cospetto

delle stelle più magnificenti,

vorrei che sugli altari degli dei

s’immolassero incensi di rose

che tratteggiassero il tuo volto,

vorrei anche che il sole

ti accogliesse come suo raggio

del mattino di fuoco, quando

la gente si stiracchia e i guanciali

ancor caldi s’illuminano dell’aurora,

vorrei che le nuvole ti bagnassero

i capelli dorati, creando scintille

e giochi di fumi nell’aria corporea,

vorrei che la neve s’intiepidisse

e si tramutasse in pianto di gioia

se solo tu percorressi le sue strade,

lassù in cima, dove la vetta intende

la tenebra e il gelo intorpidisce

le menti più briose, lo vorrei subito,

adesso che tu canti il vespro sacro

e la sera lentamente cambia nome,

facendo nuove tutte le cose.

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Il nido degli aironi

E di noi due un viaggio,

là dove le auto infuocano

l’asfalto degli aironi e i nidi

son custodi intricati e muti

del riverbero delle chiome

che sfarfallano di grano,

in questo andare che sa

di dolci spezie moscovite,

e di te, raggio inebriante

che i linciaggi della vita

non hanno adombrato.

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Brezza blu

Sei come brezza blu

che scalda il giorno,

e mi risveglia le ore,

vita che si apre al sole

per convertirsi in goccia,

e dissetarsi di quel mattino

che ci ha resi umili e fieri,

perché chi sa amare

è figlio delle beatitudini.

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Parlare con l’immenso

La luna, le stelle, la pioggia

e un mare di nuvole di cenere,

cosa sono mai se non sai piangere

e turbarti dinnanzi alla Volta Celeste

che esplode di magnificenza divina

e di respiro confuso? Cosa sono mai

la neve che ammutolisce e degenera,

i fiori che rinascono al tepore greve

d’un sole raggrinzito di febbraio,

e la calca che abborda le marine

cercando e tastando acque glaciali?

Cosa ti raccontano la primavera

e il giorno che s’allunga inesorabile,

i tramonti e le aurore come schizzi

di fuoco bruciante stagliato

nel cielo che s’inonda d’incanto?

Oh senso di stupore e inadeguatezza,

brivido che scioglie le menti intricate,

freddo inverno che t’allontani,

mia, Tua luce immensa, e parlare

parlare ancora d’un sogno represso,

d’un amore di vita che ti viaggia nelle vene!

Cosa sono mai il Creato ed una creatura,

la risata d’un bambino, un cuore di donna,

l’erba di smeraldo, il fiume che scorre placido,

una notte pura di passione, l’arte e il gelo,

una preghiera davanti al Cristo crocifisso

e svegliarti ancora vivo ogni mattina?

Cosa, cosa, cosa, se non l’Immenso?

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Danza di rose

Senza naufragio io navigo

le tue dune, e trovo solo purezza

e più la lacrima brucia la terra

più nei papiri di Dio è trascritta

questa mia soave ostinazione,

sono allo spasmo digiunandoti

ma il mio sapor d’assenzio ti attrae

a guerreggiar a dita intrecciate,

spirale infinita di labbra di erbe

colpite e baciate, occhi inabissati

che si scavano d’eterna seduzione,

fiato su fiato, e respirar l’immenso

perché tu sei danza di rose

e sinfonia di felci ambrate,

e più si cerca di cambiare

più si torna all’essenza vitale,

che svanisce, senza un giorno di noi.

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Volevo solo

Volevo solo porgerti

la sacralità del mio amore

come su un candelabro

rivestito di oro fino,

volevo solo inondarti

di tutto il mio spirito

affinché tu lo sentissi

conficcato nel tuo,

volevo anche rendermi

memoria accesa, perché tu

non dimenticassi mai

la velatura di lacrime

nei miei occhi umidi,

quanto Cielo volevo

in una sera di poche

ore fugaci e incontenibili,

bramavo, volevo, ardevo

tacevo, pregavo, piangevo

ma la notte incombe,

già la sera ha scordato

il suo nome antico,

ed io, amabile donna

dal cuor di loto, resisto

e di te ancor mi nutro,

bellezza immutabile

che mai un pianto sfiorì.

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Figlia dei venti

Ho incontrato te, Bellezza

nel fuoco di brace del crepuscolo

nei baci dischiusi degli amanti

nella foglia sazia di clorofilla

nelle ginocchia arcuate che pregano

nel rotear del sole e delle stagioni

nel volto struccato d’una donna

nelle maree che denudano la rena

nei versi atavici d’un carme omerico

nei “sì” d’una madre senza indugi

nella dovizia dei vigneti collinari

nelle vette irrorate di cristallo

nei silenzi d’un uomo trascurato

nei graffiti ariosi d’una danza

nelle tinte increspate d’un dipinto

nelle parole che si nutrono di pace

nella gente che sciama sorridendo

nel Cosmo intarsiato di stelle e di lune

nelle corse senza meta dei bambini

nei cuori strapieni di chi s’innamora,

Tu, Bellezza sovrana, scevra di storture

Tu, dito di quel Dio mai indifferente

al dolore dell’umano agire, Tu

ciò che permane quando tutto

è nebbia e paralisi da crepacuore,

prosperità dell’anima raffinata,

punta di diamante di chi

non s’è mai arreso.

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In un mondo dove sembra regnare solo la bruttura e la violenza, c’è ancora spazio per la Bellezza? Bellezza con la “B” maiuscola, intesa come derivante dall’Eterno, prorompente da ciò che è amore, intesa anche come sentimento/emozione d’un gesto d’amore (non necessariamente verso una creatura umana)? Un gesto d’amore che sia stupore, riconoscenza, ammirazione, afflato? C’è bisogno di Bellezza o se ne può fare a meno? Esiste una specie di “tornaconto” nel “fare” Bellezza o nell’essere parte della Bellezza? Fedor Dovstoevskij, ne “L’idiota”, scriveva che “La bellezza salverà il mondo”: ma quale bellezza? Quella che è oggettivamente riscontrabile nelle cose di questo mondo oppure si riferiva alla bellezza interiore degli esseri umani? Credo, a buona ragione, che sempre e in ogni caso, la Bellezza non può fare a meno delle creature terrestri e più in particolare dell’uomo, uomo che è capace e abile di trasformare una miriade di cose e di anime artistiche in “Bello”, quindi di Bellezza che ci circonda ce n’è a dismisura, basta aprire gli occhi e non essere sopraffatti solo ed unicamente dalla violenza della comunicazione (Mass Media): il mondo e noi, anime tutte, abbiamo bisogno estremo di un’oasi di pace interiore rappresentata dalla Bellezza nelle sue più svariate e colorate sfaccettature. “La bellezza salverà il mondo”, lo sta già salvando.

Carlo Molinari

13/02/2019

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