Quando Dio chiama

Se un fascio di luce Celeste

s’insinua tra labbra a calamita,

e infervora e rischiara

e infonde amabile bellezza,

la rinuncia non lo degradi

a sortilegio di druidi celtici,

sbiadendo sorsi meritati

di madreperla sulle tempie,

amare non è fiorire in serra

ma è soffio e alimento divino,

soave precipizio che s’infuoca,

e si libra libero, là dove Iddio

da sempre, l’ha chiamato.

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Ph.: “Amore e Psiche” di A. Canova (Museo del Louvre, Parigi)

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Vorrei ancora più tempo

Vorrei che la luna si accecasse

incrociando il tuo sguardo,

che t’innalzasse al cospetto

delle stelle più magnificenti,

vorrei che sugli altari degli dei

s’immolassero incensi di rose

che tratteggiassero il tuo volto,

vorrei anche che il sole

ti accogliesse come suo raggio

del mattino di fuoco, quando

la gente si stiracchia e i guanciali

ancor caldi s’illuminano dell’aurora,

vorrei che le nuvole ti bagnassero

i capelli dorati, creando scintille

e giochi di fumi nell’aria corporea,

vorrei che la neve s’intiepidisse

e si tramutasse in pianto di gioia

se solo tu percorressi le sue strade,

lassù in cima, dove la vetta intende

la tenebra e il gelo intorpidisce

le menti più briose, lo vorrei subito,

adesso che tu canti il vespro sacro

e la sera lentamente cambia nome,

facendo nuove tutte le cose.

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Il nido degli aironi

E di noi due un viaggio,

là dove le auto infuocano

l’asfalto degli aironi e i nidi

son custodi intricati e muti

del riverbero delle chiome

che sfarfallano di grano,

in questo andare che sa

di dolci spezie moscovite,

e di te, raggio inebriante

che i linciaggi della vita

non hanno adombrato.

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Brezza blu

Sei come brezza blu

che scalda il giorno,

e mi risveglia le ore,

vita che si apre al sole

per convertirsi in goccia,

e dissetarsi di quel mattino

che ci ha resi umili e fieri,

perché chi sa amare

è figlio delle beatitudini.

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L’egida di Atena

“L’egida di Atena” di Gianna Venier: un libro che ho avuto l’onore e la gioia di leggere negli ultimi due giorni ! Sì, ho avuto il piacere di incontrare domenica scorsa la scrittrice friulana e di avere con lei qualche scambio di opinioni artistiche sul mondo dell’Arte e della “parola scritta”.

Il libro è costituito da tre storie che s’intrecciano in un modo o nell’altro: personaggi che sono “animali liberi”, Aris e Xenia, Alberto e Carla, Marco e Gabri.  In effetti le loro storie hanno qualcosa in comune (e più di qualcosa), s’intrecciano in una scorrevole e intrigante lettura dove nulla viene lasciato al caso e dove tutto ti prende e ti fa “correre” alla pagina successiva, viaggiando dalla mitologia greca fino ai giorni nostri. Vi sono momenti che sfiorano il drammatico come momenti di nostalgia, di quel “Avrei potuto ma…”, storie mai nate e da dimenticare, relazioni in crisi che hanno un loro epilogo naturale (quale?…), se così vogliamo dire. Io non sono un critico letterario, io scrivo poesie, ma posso e voglio decisamente consigliarvi questo bellissimo libro che vale veramente la pena di leggere per spaziare nell’umano agire e nel sentimento più vero, a volte anche velatamente spietato.

Se desiderate cimentarvi con quest’ultima opera di Gianna Venier potete far richiesta in ogni libreria d’Italia, facendo riferimento alla casa editrice (la “Chiandetti”), oppure potete richiederlo on line su www.chiandetti.it (vedi catalogo), oppure potete, ancora, accedere alla pagina e profilo di Gianna Venier (collegatevi con Facebook)  e rivolgervi direttamente alla bravissima scrittrice friulana.

Non vi resta, quindi, se volete (e ve lo consiglio caldamente), che passare all’azione richiedendo questo entusiasmante libro, da leggere tutto d’un fiato!

“L’egida di Atena”, di Gianna Venier, Chiandetti Edizioni, € 12,00, pp. 110 ca.

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Parlare con l’immenso

La luna, le stelle, la pioggia

e un mare di nuvole di cenere,

cosa sono mai se non sai piangere

e turbarti dinnanzi alla Volta Celeste

che esplode di magnificenza divina

e di respiro confuso? Cosa sono mai

la neve che ammutolisce e degenera,

i fiori che rinascono al tepore greve

d’un sole raggrinzito di febbraio,

e la calca che abborda le marine

cercando e tastando acque glaciali?

Cosa ti raccontano la primavera

e il giorno che s’allunga inesorabile,

i tramonti e le aurore come schizzi

di fuoco bruciante stagliato

nel cielo che s’inonda d’incanto?

Oh senso di stupore e inadeguatezza,

brivido che scioglie le menti intricate,

freddo inverno che t’allontani,

mia, Tua luce immensa, e parlare

parlare ancora d’un sogno represso,

d’un amore di vita che ti viaggia nelle vene!

Cosa sono mai il Creato ed una creatura,

la risata d’un bambino, un cuore di donna,

l’erba di smeraldo, il fiume che scorre placido,

una notte pura di passione, l’arte e il gelo,

una preghiera davanti al Cristo crocifisso

e svegliarti ancora vivo ogni mattina?

Cosa, cosa, cosa, se non l’Immenso?

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Danza di rose

Senza naufragio io navigo

le tue dune, e trovo solo purezza

e più la lacrima brucia la terra

più nei papiri di Dio è trascritta

questa mia soave ostinazione,

sono allo spasmo digiunandoti

ma il mio sapor d’assenzio ti attrae

a guerreggiar a dita intrecciate,

spirale infinita di labbra di erbe

colpite e baciate, occhi inabissati

che si scavano d’eterna seduzione,

fiato su fiato, e respirar l’immenso

perché tu sei danza di rose

e sinfonia di felci ambrate,

e più si cerca di cambiare

più si torna all’essenza vitale,

che svanisce, senza un giorno di noi.

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Volevo solo

Volevo solo porgerti

la sacralità del mio amore

come su un candelabro

rivestito di oro fino,

volevo solo inondarti

di tutto il mio spirito

affinché tu lo sentissi

conficcato nel tuo,

volevo anche rendermi

memoria accesa, perché tu

non dimenticassi mai

la velatura di lacrime

nei miei occhi umidi,

quanto Cielo volevo

in una sera di poche

ore fugaci e incontenibili,

bramavo, volevo, ardevo

tacevo, pregavo, piangevo

ma la notte incombe,

già la sera ha scordato

il suo nome antico,

ed io, amabile donna

dal cuor di loto, resisto

e di te ancor mi nutro,

bellezza immutabile

che mai un pianto sfiorì.

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Figlia dei venti

Ho incontrato te, Bellezza

nel fuoco di brace del crepuscolo

nei baci dischiusi degli amanti

nella foglia sazia di clorofilla

nelle ginocchia arcuate che pregano

nel rotear del sole e delle stagioni

nel volto struccato d’una donna

nelle maree che denudano la rena

nei versi atavici d’un carme omerico

nei “sì” d’una madre senza indugi

nella dovizia dei vigneti collinari

nelle vette irrorate di cristallo

nei silenzi d’un uomo trascurato

nei graffiti ariosi d’una danza

nelle tinte increspate d’un dipinto

nelle parole che si nutrono di pace

nella gente che sciama sorridendo

nel Cosmo intarsiato di stelle e di lune

nelle corse senza meta dei bambini

nei cuori strapieni di chi s’innamora,

Tu, Bellezza sovrana, scevra di storture

Tu, dito di quel Dio mai indifferente

al dolore dell’umano agire, Tu

ciò che permane quando tutto

è nebbia e paralisi da crepacuore,

prosperità dell’anima raffinata,

punta di diamante di chi

non s’è mai arreso.

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In un mondo dove sembra regnare solo la bruttura e la violenza, c’è ancora spazio per la Bellezza? Bellezza con la “B” maiuscola, intesa come derivante dall’Eterno, prorompente da ciò che è amore, intesa anche come sentimento/emozione d’un gesto d’amore (non necessariamente verso una creatura umana)? Un gesto d’amore che sia stupore, riconoscenza, ammirazione, afflato? C’è bisogno di Bellezza o se ne può fare a meno? Esiste una specie di “tornaconto” nel “fare” Bellezza o nell’essere parte della Bellezza? Fedor Dovstoevskij, ne “L’idiota”, scriveva che “La bellezza salverà il mondo”: ma quale bellezza? Quella che è oggettivamente riscontrabile nelle cose di questo mondo oppure si riferiva alla bellezza interiore degli esseri umani? Credo, a buona ragione, che sempre e in ogni caso, la Bellezza non può fare a meno delle creature terrestri e più in particolare dell’uomo, uomo che è capace e abile di trasformare una miriade di cose e di anime artistiche in “Bello”, quindi di Bellezza che ci circonda ce n’è a dismisura, basta aprire gli occhi e non essere sopraffatti solo ed unicamente dalla violenza della comunicazione (Mass Media): il mondo e noi, anime tutte, abbiamo bisogno estremo di un’oasi di pace interiore rappresentata dalla Bellezza nelle sue più svariate e colorate sfaccettature. “La bellezza salverà il mondo”, lo sta già salvando.

Carlo Molinari

13/02/2019

Oltre il dolore

Diventare pulviscolo

ed immergersi con anima

occhi e mani negli spazi siderali,

portare il carico di passione

e di tormenti tra le galassie

dove il solo dio è polare

e non intende vita alcuna,

perdersi tra i vuoti ancestrali

di nessuno, e immensità di silenzi,

questo è il destino dei senza destino,

portare lacrime amare oltre

la terra verde, i ciottoli dei fiumi

la sabbia dei litorali, il bianco

stravolgente delle nevi,

i corpi, i vestiti, le scarpe, le strade,

i semafori, le sciarpe, gli amori

e i moribondi, dove tutto sia

pura dimenticanza, e annientare

i dolori che ti strozzano, un giorno,

forse, sarà il viaggio senza ritorno

verso l’apparente buio, affinché

lo spirito oltre valichi il tutto

e si tinga di misera luce,

e ancor sperare.

Carlo Molinari copyright

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And you prepare a place

I saw you again at a deathbed,

in a sweaty and clean room

and my silence has winced,

there has never been a creature

more twisted and unruly,

and of charm brimful,

Love goes by, gets tired

and seems like a rebel,

and you prepare a place, maybe

among the hosts

of those without end,

because the journey of life

makes complete sense,

and Love be the excelled word,

before exhaling,

and early It has to happen,

the last faded memory.

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E ci si prepara un posto

Ti ho rivista ad un capezzale,

in una stanza sudata e pulita

e i miei silenzi han trasalito,

mai ci fu creatura più contorta

e indocile, e di fascino ricolma,

l’Amore va, si stanca e si ribella

e ci si prepara un posto, forse

tra le schiere dei senza fine,

perché l’andar della vita

abbia un senso compiuto

e Amore sia l’eccelsa parola,

prima che sia esalato,

e presto ha da accadere,

l’ultimo sbiadito ricordo.

Carlo Molinari copyright

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La notte degli dei

Fuggi via, donna, che qui

siamo all’apice d’un mattatoio,

si getta in pasto ai randagi

ciò che denudava i corpi

e la memoria s’offende,

un tempo dimoravo quieto

tra i pinnacoli dei tuoi seni,

ed era sete inappagabile

del tuo nettare incantato,

e alture scoscese di fianchi

su cui far scivolare

la bocca di poco umettata,

schegge d’un viso dissolto

in un mattino maledetto,             

che come lama di sangue

m’ha trapassato la schiena,

e ancor cercar a tastoni

l’approdo d’aria vitale

e una terra promessa.

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31/01/2019

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