Dopo

Sapessi scrivere

del mondo che va avanti

sarei più placato,

sapessi guardare

oltre la siepe dell’infinito

sarei meno confuso

ma mi basto,

mi basto così,

nell’eterna lotta

tra il bianco e il nero,

tra ciò che era

e ciò che è,

il passato l’ho giustiziato

il presente lo vivo da eretico

il futuro è nelle ossa dei maghi,

agitati allora anima mia

perché vederti accesa

è dono per pochi,

e goditela

fino al giorno della morte,

che dopo, da pagare

ce n’è per tutti.

Carlo Molinari

Foto dal web

Simbiotica

Cerco tra le stelle mute

e non posso incontrarti,

né all’orizzonte marino

né tra Orione e le Pleiadi.

Posso avanzare lento

verso il Sud, dove ancora

si baciano Scilla e Cariddi,

eppure l’aria putrefatta

è ciò che persiste

tra le mie dita sudate.

Senso di stordimento,

assenza e distanza di vita.

Ti ho persa tra la gente

e una festa di borgata,

dove il campanile sferzava

una nenia, ma si trascinava

solo silenzio e malincuore.

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Vibrazione vitale

Splendore tu, di sensi acuti

mi fai pellegrino senza limiti

sui tuoi viali di agrifogli,

vibrazione vitale degli occhi

tocco di sandalo indiano,

candela accesa di pace

tu, che non hai bruciato mai

gli angoli del cuore.

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Tra gli ulivi del Sud

E mi baciavi da lontano,

il buio, la sera, la lampada

occhi pestati da dolore ignoto,

il vento sbatteva le finestre

la luna confondeva le lampare,

mi baciavi da lontano e ombre

intorno a te, e di me solo ferocia,

quant’amarezza viene alla luce

con le nostre stupidità, ma se

mi chiedi ora dove regni amore

posso argomentare solo aria,

se mi chiedi dove sia casa mia

posso continuare a fantasticare

un terrapieno tra gli ulivi del Sud,

dove boccheggia inesorabile

una coscienza lacera: angelo mio,

dimmi dove brucia adesso il sole?

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Ali nel deserto

Vestale di campagna falciata

che porgi l’odor acre della terra,

collina imperlata di gocce di sale

che a rilento mi fiammeggi

come pira di vulcano mai sedato,

duna mossa, onda di vento Maestrale

che percorri le fibrillazioni del cuore

come ago di tempesta sfregiante,

il gioco lunare delle tue maree

acquieta l’osmosi dei corpi,

le torri campanarie consacrano

i sentieri della pace deturpata,

ed io colgo il fiore della giovinezza

che perdura e s’impone sulla ruga,

ed io mi cibo, mai sazio, della carne

che pulsa l’ansimar del tuo tacere.

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Quando Dio chiama

Se un fascio di luce Celeste

s’insinua tra labbra a calamita,

e infervora e rischiara

e infonde amabile bellezza,

la rinuncia non lo degradi

a sortilegio di druidi celtici,

sbiadendo sorsi meritati

di madreperla sulle tempie,

amare non è fiorire in serra

ma è soffio e alimento divino,

soave precipizio che s’infuoca,

e si libra libero, là dove Iddio

da sempre, l’ha chiamato.

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Ph.: “Amore e Psiche” di A. Canova (Museo del Louvre, Parigi)

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Parlare con l’immenso

La luna, le stelle, la pioggia

e un mare di nuvole di cenere,

cosa sono mai se non sai piangere

e turbarti dinnanzi alla Volta Celeste

che esplode di magnificenza divina

e di respiro confuso? Cosa sono mai

la neve che ammutolisce e degenera,

i fiori che rinascono al tepore greve

d’un sole raggrinzito di febbraio,

e la calca che abborda le marine

cercando e tastando acque glaciali?

Cosa ti raccontano la primavera

e il giorno che s’allunga inesorabile,

i tramonti e le aurore come schizzi

di fuoco bruciante stagliato

nel cielo che s’inonda d’incanto?

Oh senso di stupore e inadeguatezza,

brivido che scioglie le menti intricate,

freddo inverno che t’allontani,

mia, Tua luce immensa, e parlare

parlare ancora d’un sogno represso,

d’un amore di vita che ti viaggia nelle vene!

Cosa sono mai il Creato ed una creatura,

la risata d’un bambino, un cuore di donna,

l’erba di smeraldo, il fiume che scorre placido,

una notte pura di passione, l’arte e il gelo,

una preghiera davanti al Cristo crocifisso

e svegliarti ancora vivo ogni mattina?

Cosa, cosa, cosa, se non l’Immenso?

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Oltre il dolore

Diventare pulviscolo

ed immergersi con anima

occhi e mani negli spazi siderali,

portare il carico di passione

e di tormenti tra le galassie

dove il solo dio è polare

e non intende vita alcuna,

perdersi tra i vuoti ancestrali

di nessuno, e immensità di silenzi,

questo è il destino dei senza destino,

portare lacrime amare oltre

la terra verde, i ciottoli dei fiumi

la sabbia dei litorali, il bianco

stravolgente delle nevi,

i corpi, i vestiti, le scarpe, le strade,

i semafori, le sciarpe, gli amori

e i moribondi, dove tutto sia

pura dimenticanza, e annientare

i dolori che ti strozzano, un giorno,

forse, sarà il viaggio senza ritorno

verso l’apparente buio, affinché

lo spirito oltre valichi il tutto

e si tinga di misera luce,

e ancor sperare.

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Ed è oceano senza fine

Questa notte non ti odo parlare,

forse che le distanze t’hanno

resa straniera sulle mie terre?

Forse che il fiume delle rose

s’è incagliato sull’artico arenile?

Forse che l’incanto d’un tempo

s’è insonnolito per sempre

tra le tue ciglia struccate

e tace il nostro giorno?

Ti voli allora,

tra le ali dei defunti,

ciò che mi resta d’amore,

ed è oceano senza isole,

immensa tu, immenso io,

stella viva tra le mie braccia,

freccia scagliata nel mio cuore,

che non si rassegna, mai

a morir dimenticato.

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Un fiore in bocca

Primavera verrà

e le anime

fioriranno ancora,

il raggio di sole tergerà

le lacrime sui visi consunti

e l’amarezza troverà riposo.

Quei giorni logori e bui,

servi d’un senso del nulla,

saranno colmati, forse

da chi ritorna,

e nuove parole

tingeranno l’aria

di letizia e di musica.

Perché la primavera

è un incontro di mani,

non conosce silenzi,

e un fiore in bocca

accorcia le distanze.

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Portami

Allora portami via con te

in sentieri irrecuperabili,

dove l’aria è sempre gravida

d’asfalto e unta di foschia,

dove i passeri non esultano

al suono del mattino ridente,

dove l’aurora s’innalza

quasi implorando perdono,

portami ancor dove la gente

si strascica senza sorriso

e vomita solo apparenze,

tu portami,

ché la mia anima, ormai

è sfiancata dalla nudità

di troppi silenzi sterili.

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E ancor s’attende

S’innalza all’apice dello scrutare

questa ciglia di luna slavata,

adornata da penurie di stelle

impicciata da nembi espansi,

e m’immergo tra sussulti astuti

di colonie di passeri, mentre

si spolvera d’azzurrino infante                             

il viso sedato di questa città,

rari indizi di brezza cristallina

e barlumi ch’ancor rischiarano

strade selvatiche, tra marciapiedi

che invocano fronde schiantate

e rapide sgridate d’inverno.

 

E ancor s’attende,

e ancor si prega.

 

 

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Mi perfori l’animo

Oh tu, altissima notte,

rifulgente nell’immenso

di sacra luce vestale,

gli antichi greci t’avrebbero

incensata con preci e pianti,

e fronti e ginocchia

arcuate su lastricati

di lisciato marmo,

i numi sarebbero calati,

timorosi, al tuo infuocato

dialogar con le stelle,

senza proferir divinazioni

né saettar d’inaudita collera,

e seppur nulla di tutto questo

abbia mai serbato parvenza

d’assoluta e cieca verità,

noi uomini, a testa levata

vaghiamo in mesti prati smunti

in cerca di papaveri e sentieri,

al lume d’una luna che sbianca

l’animo e le fonde pupille,

ed eccelse grida s’apron dal cuor

a rimpianger l’amor perduto,

a benedir chi già dorme, ma t’ama

d’intento temerario, senza parole

senza mai un istante esitare.

 

 

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Appartenenza

Affrettati, il tempo dei glicini

sta guadagnando il sepolcreto,

la linea dell’orizzonte marino

ci sta scagliando i suoi richiami

perché il viaggio ha da essere

senza fine, e non c’è notte

che possa impedire il nostro

andare senza confine, affrettati.

Io sto ad attenderti alle soglie

del mio sentire, non sarà affanno

né pianto di passato, tutto s’è dissolto

nelle epoche dimenticate, ti guiderò

dove il sole non ha tramonto

e gli uccelli non dormono mai,

perché le tue sfumature impregnano

l’arcobaleno del dopo tempesta,

perché neppur le nuvole torbide

possono offuscare due anime

che brillano di luce e festa

e piedi scalzi sulla terra

che odora di diaspro

e tocco divino.

 

 

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