All around the world

Resto esterrefatto nel vedere le statistiche del mio blog e constatare che in neanche 4 mesi dall’inizio di quest’anno ho ricevuto visite da:

Italia, Stati Uniti, Svizzera, Francia, Germania, Argentina, Regno Unito, Belgio, Giappone, Marocco, Turchia, Spagna, India, Svezia, Nicaragua, El Salvador, Bangladesh, Ucraina, Canada, Svezia, Brasile, Russia, Ungheria, Tunisia, Vietnam, Australia, Pakistan, Georgia, Polonia, Lituania, Messico, Nuova Zelanda.

Solo un “grazie”, grazie veramente…  

Thank you…

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Impressioni

Tu m’hai dato del pazzo!
Di quella pazzia
che intacca le menti
dei geni e dei santi.
Ma dissento, amica mia,
io dissento.
La mia volontà desiderata
ha sapore di insipida normalità.
La mia fede svogliatamente supplicata
è cenere al vento.
Nel marasma generale io,
semplicemente io,
ti appaio pazzo:
volesse il Cielo darti ragione!
Io sono solo arena
gettata nel mare oscuro.
E dissento, amica mia,
io dissento.

Anno 1996

Carlo Molinari copyright
Photo copyright free

http://carlomolinari.simplesite.com (Web Site)

Di tua assenza solo parvenza

Ho inseguito le sinuosità delle vie d’Oriente

tra sabbia e oblio, suq animosi d’incensi

e templi induisti, baluardi di preziosi impastati.

Ho percorso villaggi di capanne sbandate

tra grovigli d’Africa, sciamani e nugoli d’infanti

e inasprivo il respiro, spoglio di due seni

che urtassero i miei sensi smarriti

ma non mi spettava più nulla

e niente s’adagiava tra le mie mani.

Ho trapassato anche le mareggiate

tra blu cobalto e orizzonti a filo,

ho incalzato stirpi elette e tinteggiate

di pastelli e anime, di odori e scarpe,

sigilli di vite fuori mano, ma tu non c’eri.

Mi sono lasciato scortare per secoli

dalle culle dei miei anfratti

e sono rincasato ad occhi spenti

tra mura trasudate di biancastro.

 

Un’infinità di tue impronte mi attendevano

brillavano, ogni finestra ne era decorata,

mi cercavano e poi tacevano

mi sfioravano e poi si disperdevano.

 

Ancor miseramente truffato,

derubato del colore della tua pelle

scorticato dal calore del tuo intimo.

 

 

04/2018

Carlo Molinari copyright

Photo copyright free

http://carlomolinari.simplesite.com

Ancora Trieste

Buongiorno a tutti voi, oggi desidero presentarvi il mio ultimo racconto che scrissi nell’Ottobre dell’anno scorso.
S’intitola “Ancora Trieste” e tratta di una “giornata non qualunque” dei due protagonisti che si recano, appunto, nella città “dove finisce l’Italia” per vivere un viaggio di scoperta e riscoperta nel tempo.
Un viaggio a ritroso per lui, un viaggio di completa scoperta per lei.
Si tratta di un inedito, mai pubblicato neanche nei Social. Farà parte di una raccolta di miei racconti che prima o poi pubblicherò, quando sarà il momento più opportuno.
Il prevalere dei miei scritti, come molti di voi già sanno, è dedito e dedicato alla poesia ma ogni tanto amo anche scrivere dei brevi racconti.
Se avete voglia e tempo di leggere un po’ di mia narrativa ecco che oggi propongo a voi e alla vostra attenzione questo mio ultimo lavoro, datato sette mesi fa.
Grazie se mi vorrete leggere e spero che sia di vostro gradimento.
Carlo

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“ANCORA TRIESTE”

Questo racconto è opera di pura fantasia. Ogni riferimento a nomi, persone, luoghi e fatti è da considerarsi puramente casuale.

Carlo Molinari copyright, Ottobre 2017.

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Si avvicinavano sempre più.

Il treno che li portava a Trieste, la città dove Marco aveva iniziato i suoi studi
universitari tantissimi anni prima, si snodava velocemente tra radure di boscaglia
fitta ed incolta e sprazzi di vele sul mare velato di foschia.
Nella tratta ferroviaria dopo Monfalcone non c’erano strade, case, non c’era nulla di
nulla, solo qualche accenno di vita di tanto in tanto: si poteva scorgere il mare ogni
tanto dal lato destro del treno, lo sguardo avrebbe potuto perdersi fino alle coste
della Slovenia se non fosse stato che quel giorno, quel sabato, era proprio una
giornata strana. Il sole s’alzava sempre più ed iniziava a scaldare nonostante fosse
autunno inoltrato, ma la foschia intorpidiva tutto il paesaggio.
Come se ci fosse stata una nebbiolina bassa bassa, quel tanto che infastidiva
perché non si poteva ammirare bene dal finestrino tutto il mare sconfinato che
iniziava a troneggiare dopo i cantieri navali di Monfalcone: solo qualche barca a
vela solitaria, una petroliera in lontananza e la costa di Trieste che s’avvicinava
sempre più, inesorabilmente sempre più.
<<Oggi ti porto ai confini dell’Est – disse Marco alla sua compagna – ancora pochi
chilometri ed inizia tutto il mondo slavo: tra poco finisce l’Italia. Da qui si potrebbe
scorgere tutto il litorale fino alle coste slovene ed anche all’Istria se non fosse per
questa nebbiolina…>>.
Entrambi tirarono un soffio di disapprovazione ed intanto il treno continuava la sua
corsa, rumori a volte assordanti di rotaie che si ripetevano come una cantilena.
Era il 14 Ottobre del 2017 ed era il giorno del compleanno di Marta: entrambi si
erano ripromessi una gita al mare, un mare speciale, un mare circondato da colline
aspre ed incolte e tutto intorno, ad incorniciare, la città incantevole di Trieste.
Un ritorno ai luoghi dove Marco iniziò a vagare da diciottenne, tra libroni di diritto,
un penare di ansie e tanta voglia di vivere l’esperienza universitaria in
appartamento con altri amici, lontano dalla casa dei genitori, lontano dalla sua
Treviso, lontano dall’adolescenza che sfumava sempre più.
Un andirivieni di pillole di vita autonoma, o quasi, una vita spericolata, nuove
conoscenze, nuovi posti, nuovi cibi, nuove strade… Partiva in treno la domenica
sera, arrivava verso mezzanotte a Trieste e rincasava il venerdì pomeriggio.
Così per tre anni.
Le colline della Slovenia e la strada per Opicina si avvicinavano sempre più fino a
scorgere, quasi all’improvviso, dopo una curva a sorpresa, il faro della vittoria e
tutta la costiera triestina: erano finalmente arrivati dopo due ore e mezzo di viaggio.
Marta approdava per la prima volta nella città che un tempo fu il porto per
eccellenza dell’Impero di Vienna, e Marco, quasi come fosse stato l’uomo sulla
luna, rimetteva piede, anima e corpo, in quella città dopo 32 anni di distanza e
lontananza.
Troppa assenza.
A Trieste finiva l’Italia.
E finivano anche i binari, proprio come a Venezia.
La stazione era semi deserta, non esisteva più il trenino che portava a Lubiana,
quella littorina vecchissima color rosso bordeaux e crema, intasata da sciami di
slavi con valigie vecchissime e sacchi pieni di abiti e cibo. Erano come fantasmi,
vestiti malamente, volti scuri, reliquie di quell’ex Jugoslavia che recava solo povertà
e miseria ai tempi della dittatura di Tito.
Tutto questo non esisteva più.
E si può dire anche per fortuna.
Tutto era nuovo in quella stazione: bar, negozi, insegne luminose, tabelloni enormi
con gli orari dei treni, check point per informazioni, ma non c’era quasi anima viva.
L’androne tuttavia era rimasto inalterato con i fasti dell’architettura austriaca di
tardo Ottocento. Marta e Marco entrarono in un grande bar pieno di colori
all’americana: un caffè lungo in tazza grande al volo, una brioche e subito fuori per
iniziare a vivere dal profondo la loro giornata triestina.
Lui si accese ingordamente una sigaretta, quasi fosse una sorta di liberazione dopo
due ore e mezzo di treno.

Si fermarono entrambi all’uscita.
<<Io qui non mi ricordo niente, la mia mente ha rimosso quasi tutto – disse Marco –
Mi ricordo a mala pena che c’è piazza dell’unità, il molo Audace, l’università, forse
c’è ancora la taverna “San Quirino” dove tante volte la sera andavamo a cenare per
poche lire, era piena di studenti… Ma non ricordo più nulla, tutto si è perso dopo
oltre trent’anni di assenza>>.
Chiesero quindi delle informazioni ad un passante:
<<Piazza dell’unità non è molto lontana: seguite sempre il lungomare ed arrivate al
molo Audace. Lì di fronte c’è la piazza, ad un chilometro circa da qui>>.
Erano da poco passate le undici, la giornata era colma di sole, la nebbiolina si era
un pò diradata e si avviarono verso la piazza tra turisti in maniche corte ed anziani
con l’impermeabile, cosa alquanto stravagante, quest’ultima, in una giornata
assolata di metà autunno.
La strada per arrivare a dominare il golfo e l’Adriatico era breve: accenti triestini,
spagnoli ed americani dappertutto, una marea di visitatori a dispetto della stazione
semi deserta.
Marta era affascinata da quei palazzoni così decorati, pieni di colonne, statue e
mosaici, sopra e sotto alle finestre, da quella distesa di mare aperto, da quel
vociferare, da quell’essere alla fine dell’Italia, che parlava pochissimo.
Osservava dappertutto.
Sorrideva, teneva stretta la mano destra di Marco ed entrambi proseguivano
lentamente evitando un traffico pieno di auto e distese infinite di scooter, tra profumi
di salsedine e stormi di gabbiani bianchi lucenti.
Il molo Audace in lontananza.
Camminarono ancora per poco tempo ed arrivarono in quel famosissimo molo
triestino che prendeva il nome così particolare dal fatto che nel Novembre del 1918
vi approdò la nave “Audace”, la prima che portava il vessillo italiano.
Il molo era costellato da centinaia e centinaia di pietroni levigati dagli spruzzi del
mare, specialmente nei giorni in cui le onde sono alte e vigorose, spinte dalla Bora
implacabile, ben ampio, lungo, arioso: la gente pullulava, famiglie con bambini
scorazzanti, ragazze tatuate dappertutto, studenti seduti con qualche libro, ed un
profumo inebriante di pesce.
Di pesce fresco.
Vivente.
Fotografie con lo smartphone a non finire.
Il solo cruccio era di non poter ammirare nella sua globalità tutto il paesaggio
costiero fino alla Slovenia e spingersi con lo sguardo fino a Monfalcone: la
nebbiolina persisteva appena appena proprio sopra il livello del mare mentre il sole
s’alzava sempre più, lentamente ma inesorabilmente, ed il caldo cominciava a farsi
sentire in quel sabato d’Ottobre, del tutto anomalo per la sua temperatura.
Faceva caldo dappertutto in Italia in quell’autunno, a Trieste si superavano
abbondantemente i 20 gradi ed essere vestiti con il maglione, sciarpa e giacchetta
cominciava a dare anche fastidio.
Piazza dell’unità era costellata da manifestazioni d’ogni genere, a partire dalle auto
d’epoca ai sindacalisti, mentre Marco e Marta si soffermarono ad ammirare e a
fotografare i palazzi che ornavano tutto attorno: una meraviglia, uno splendore, un
fasto d’un epoca che non esisteva più. Caffè all’aperto ad ogni angolo, bandiere,
statue, colonne, ancora mosaici, ed il monumento ai quattro continenti proprio di
fronte al palazzo del Comune. Su Google si leggeva che fosse stata una fontana un
tempo, ma Mussolini l’aveva fatta rimuovere perché non di suo gradimento, e dopo
la seconda guerra mondiale i triestini l’avevano riposta al suo posto con il suo
sfarzo d’origine.
Ammutoliti dalla bellezza.
Tutto era ampio, luminoso, ogni passo portava con sé una lucentezza e Marco, che
là aveva vissuto per tre anni, continuava a ripetere:
<<Non mi ricordo proprio quasi niente, è come se fosse una città del tutto nuova
per me…>>.
Marta sorrideva e continuava a tenergli stretta la mano destra, ed i passi si
moltiplicavano uno dopo l’altro.
Ormai era quasi mezzogiorno e la fame iniziava a farsi sentire.
<<Andiamo a mangiare qualcosa? Io, a dire il vero, ho parecchio appetito e tu?>>
chiese Marta.
<<Proviamo a girare qua e là, allontaniamoci un po’ dalla piazza che sicuramente i
prezzi più sei lontano da qui più si abbassano ma, ti giuro, io non so dove andare,
non ne ho la minima idea… Proseguiamo verso destra, forse c’è ancora la taverna
di cui ti parlavo in treno, mi pare di ricordare a mala pena che fosse da queste parti,
se esiste ancora…>>.

Improvvisamente ecco rivelarsi un gruppetto di persone di mezza età:
<<La sposa! Guarda! C’è una sposa tutta in bianco!>> esclamò euforicamente
Marta. Arrestarono il passo per osservare la scena: fotografie a non finire, sorrisi,
risate, abbracci e due sposi che sicuramente avevano superato i cinquant’anni:
<<Si sono sposati qui in Comune, siamo proprio di fronte, vedrai che sicuramente
sono in seconde nozze: questi due sposi, secondo me, sono due divorziati
risposati>> replicò Marco.
Nella sua osservazione non c’era nessun giudizio d’alcun genere, assolutamente.
Lui era credente, praticante ogni tanto, ma non aveva nessun tipo di pregiudizio su
questi argomenti. Né tanto meno Marta.
Quando c’è amore, anche a cinquant’anni, c’è amore e non si discute.
È così e basta: così vanno i cuori, così va la vita della gente.
Della gente che si ama.
<<La cosa migliore da fare è chiedere ancora informazioni, amore. È inutile girare a
vuoto senza sapere dove andare>> disse Marco.
Marta annuì in silenzio.
I due si fermarono subito alla porta di un negozio di rigattiere.
Stava uscendo proprio in quel momento la proprietaria della bottega, avrà avuto
una sessantina d’anni, una signora vestita molto casual e dalla parlantina molto
facile e veloce:
<<Buongiorno signora, saprebbe indicarci per favore qualche posto dove poter
andare a mangiare un boccone da queste parti?>>.
<<Da queste parti? Beh, potete proseguire dritti fino a via Torino, là di sera c’è
sempre la movida triestina, è impossibile passare, c’è il mondo intero… Ma a
queste ore forse avrete qualche speranza… C’è il ristorante “Dalla Siora Rosa”,
tutto a base di kren, senape e crauti, la nostra tipica cucina triestina, se volete, ed è
a buon prezzo>>.
<<No, no, per carità – sorrise Marco – non mi piacciono assolutamente né kren né
crauti… Non c’è qualche taverna? La taverna “San Quirino”? Io ci andavo
spessissimo più di trent’anni fa quand’ero qui come universitario>>.
<<Oh no, ragazzo mio, la taverna “San Quirino” l’hanno chiusa parecchi anni or
sono…>>.
<<Ma qualcosa alla garibaldina, tipo toast e birra, non c’è?>>.
<<Beh, allora potete andare a mangiare le polpette più buone del mondo: qui a
Trieste si fanno le polpette più buone del mondo! Non lo sapevate?>>.
<<Direi proprio di no>> rispose Marco del tutto sorpreso.
<<Allora proseguite ancora circa cento metri e poi sulla destra troverete delle botti
all’esterno: ci sono delle sedie alte e si può mangiare anche all’esterno, proprio
sulle botti, è molto carino ed ha dei prezzi molto buoni>>.
<<Va benissimo, grazie signora, allora proviamo ad andare alle botti>> risposero i
due e si salutarono fugacemente.
Poco dopo, solo qualche decina di metri, Marta scorse delle botti esterne ad una
taverna. C’era poca gente, tutti sulla mezza età e qualche studente: aperitivi, birre,
stuzzichini d’ogni genere.
La gente, insomma, se ne stava là seduta comodamente e tranquillamente a
parlare e a far passare il tempo tra un bicchiere e qualcosa da mettere sotto i denti.
Entrarono nella taverna: arredamento rustico molto semplice, qualcuno che giocava
a carte, qualcuno che smangiucchiava qualcosa, odor di pesce fritto, di fritture
miste.
<<Ciao – disse Marco alla cameriera al bancone – avete una lista menù, da darci
un’occhiata?>>.
<<No, mi dispiace – rispose la ragazza dai capelli tinti color rosa-bordeaux – Vi dico
io cosa abbiamo>>.
<<E quanto costa…>> aggiunse Marco per far capire che si sarebbero accontentati
anche di poco.
<<Allora: abbiamo le nostre polpette giganti ad un euro l’una, le melanzane e le
zucchine tagliate e fritte a 50 centesimi l’una, poi…>>.
Marco e Marta si guardarono negli occhi e si capirono all’istante:
<<Allora mi dai due polpette giganti e due zucchine fritte per favore… E ci aggiungi
anche una birra da mezzo, anzi no, facciamo una birra piccola ed un bicchiere
d’acqua>> esclamò deciso Marco.
<<La vuoi naturale o frizzante?>>.
<<Frizzante va bene>>.
<<A me basta anche una sola polpetta gigante, una zucchina fritta ed una birra
piccola>> aggiunse Marta. E si diresse subito alla toilette per lavarsi le mani,
seguita a ruota da Marco.
La taverna era proprio alla buona, il loro tavolo rotondo bello ampio e pulito, e in un
attimo si ritrovarono a mangiare tutto d’un fiato.
Sembrava ben poca cosa quello che avevano ordinato, ma quelle polpette erano
davvero ciclopiche: non esistevano posate d’alcun genere, se non i cucchiaini da
caffè.
<<Secondo me questi risparmiano sul fatto che non ti fanno il servizio ai tavoli e
così abbassano i prezzi>> osservò in modo accorto Marta.
Marco annuì senza aggiungere nulla: si era perso, annegato alla vista ed al sapore
emanato da quelle polpette tiepide e da quelle zucchine fritte scaldate al momento
con un piccolo forno a microonde.
Calò il silenzio tra i due che iniziarono a divorare tutto, un sorso di birra fresca di
tanto in tanto ed un’occhiata ai whatsapp ricevuti.
Dopo dieci minuti avevano divorato anche le salviette, o quasi, e nessuno dei due
aveva la minima intenzione di aggiungere null’altro, tanto erano sazi e soddisfatti.
<<Avresti mai pensato una cosa del genere? – disse Marco a Marta – Mangiare con
le mani polpette e zucchine anziché sederci in un ristorantino, magari romantico…
Beh, tutto sommato, ha un’atmosfera del tutto particolare anche questa taverna,
no?>>.
<<Sì sì, e poi qui c’è un profumino di frittura di pesce che è una meraviglia! –
rispose subito lei – Hai visto proprio dietro a noi quanto pesce fresco c’è?>>.
<<Sì, eccome! La tipa del negozio ci ha indirizzati proprio bene! Ti va un caffè
adesso?>>.
<<No, adesso no, grazie. Magari ne bevo uno dopo, più tardi>>.
Passò tutta di fretta la cameriera dai capelli rosa-bordeaux: era molto giovane,
carina, sulla ventina d’anni, forse era anche una studentessa universitaria che
lavorava per arrotondare.
<<Scusa, posso avere un caffè lungo in tazza grande?>> le chiese Marco.
<<Certo, naturale, solo che devi venire a prendertelo al bancone: non facciamo
servizio ai tavoli>> rispose la ragazza con un’aria un pò desolata.
<<Nessun problema, tranquilla>> rispose Marco.
<<Cosa ti avevo detto io? Non fanno servizio ai tavoli e così abbassano anche i
prezzi>> ribadì Marta.
Subito dopo il caffè, s’alzarono per andare alla cassa a pagare: dieci euro.
Quando uscirono dalla taverna Marta si fermò un attimo e controllò lo scontrino
dicendo:
<<Secondo me la cameriera si è sbagliata! Dieci euro? Ci hanno fatto pagare solo
cinque euro a testa per mangiare tutta quella roba? No, qui c’è un errore…>>.
Anche Marco osservò lo scontrino: no, era tutto corretto, tutto alla perfezione.
Avevano pagato solo cinque euro a testa per mangiare come due belve affamate.
Certo, solamente polpette (gigantesche), zucchine, birra, acqua e caffè, ma tutto
coincideva alla perfezione. E tutto era più che sufficiente.
Entrambi si misero a ridere, non se lo sarebbero certo aspettato un simile conto a
pochi passi, si può dire, da piazza dell’unità!

Svelato anche quell’arcano, si soffermarono per qualche secondo fuori dalla
taverna:
<<E adesso dove andiamo? – iniziò Marco – Io qui non mi ricordo niente>>.
<<Proviamo a guardare su Google cosa c’è d’interessante da visitare a Trieste>>
rispose Marta.
<<Si può fare, giusto, ma sai cosa vorrei tanto rivedere? Ma tanto veramente?>>.
<<No, dimmi…>>.
<<Voglio tornare all’università, voglio rivedere i posti dove ho studiato, dove ho fatto
i miei primi esami di diritto, dove andavo in mensa, dove passavo anche il tempo
seduto sui gradini baciato dal sole a studiare, mentre mi godevo all’orizzonte il sole
in mezzo al mare sconfinato…>>.
<<Dev’essere stato stupendo… Andiamo allora all’università, dai, dov’è? È lontana
da qui?>>.
<<Marta, non ne ho la minima idea, non so da che parte girarmi. Bisogna che
chiediamo invece di roteare a casaccio… Una cosa è sicura e certa: c’è della salita,
tanta salita. E poi passeremo, percorrendo quella strada, anche davanti al palazzo
dove ho abitato per tre anni, al numero 81 di via Fabio Severo. Non ho mai più visto
quel posto dove abitavo, vorrei tanto rivederlo, almeno da fuori… E poi c’è anche il
bar dello “zio Alberto”, dove noi ragazzi andavamo sempre a giocare a flipper dopo
aver pranzato o in mensa o a casa mia… Il bar dello zio…>>.
<<Ma quale zio???>>.
<<Noi lo chiamavamo così: era un tipo basso e grassottello dai capelli rossi, tutto
pieno di lentiggini, credo sulla cinquantina d’età. Ogni giorno, ogni giorno, ogni
giorno, eravamo dallo zio a giocare a flipper ed una volta alla settimana da là
telefonavamo ai nostri genitori, uno dopo l’altro, tutti in fila, per dire che andava
tutto bene: non esistevano i cellulari a quei tempi, ovvio… Non c’era nulla di nulla di
tutto quello che c’è adesso…>>.
<<Allora andiamo di filata al bar dello zio!>> rispose entusiasta Marta.
<<Figurati… Dopo oltre trent’anni sarà di certo chiuso, non esisterà più. Lo zio avrà
magari 80 anni od anche più… Sarà morto forse o se è ancora vivo potrebbe
essere anche in una casa di riposo, chissà…>>.
<<Beh, noi ci andiamo lo stesso!>>.
<<Certo, per andare all’università si passa davanti allo zio! O a quel che resta dello
zio…>>.
<<Andiamo, amore!>>.
<<Sì, ma guarda che io non so minimamente da che parte girarmi, non so bene
neanche dove siamo: beh dai, adesso chiediamo a qualcuno ed iniziamo
l’avventura!>> rispose Marco.
I due turisti trevigiani, adottati per un sabato quasi qualunque da Trieste (ma non
era un sabato qualunque: era il compleanno di Marta, quel giorno),
s’incamminarono per vie maestose stracariche d’auto e di scooter parcheggiati in
ogni dove; i palazzi tutti decorati troneggiavano dappertutto, disturbati ogni tanto da
qualche caseggiato stile fascista che proprio stonava in mezzo a quell’eleganza e a
quel fasto.

I negozi avevano chiuso le serrande a quell’ora, ormai era passato mezzogiorno e
mezzo ed il sole iniziava a scaldare non poco. S’imbatterono in un negozio di
bomboniere ed articoli da regalo per sposi: Marta osservava tutto con piacere ed
apprezzamento, mentre Marco si limitava a curiosare tutta una serie di statuine di
coppie abbracciate, realizzate molto finemente forse da qualche artigiano locale,
ma si trattava di coppie tutte con un neonato in braccio e questo non attirava troppo
i gusti di Marco.
Una sola coppia sembrava abbracciarsi senza aver bambini in mezzo ai piedi:
<<Questa! Questa te la regalerei proprio! Mi piace parecchio. È molto fine…>> e la
indicò a Marta.
<<Anche a me piace molto>>.
Tuttavia, immediatamente Marco s’accorse che la donna della statuina era
velatamente incinta, come al terzo – quarto mese:
<<No, questa proprio no. Non la vedi? È incinta! Questi due non possiamo essere
noi due: per carità! Ogni cosa ha il suo tempo, non certo dopo i cinquant’anni…>>.
Marta non rispose, si limitò a guardare Marco scuotendo la testa e soggiunse:
<<Sei sempre il solito: non ti stanchi mai di fare battute e scherzi… Ma anch’io la
penso esattamente come te>>.
Arrivarono in poco tempo in una piazza a Marco sconosciuta, o forse più di
trent’anni prima ci sarà passato chissà quante volte ma il nulla era ciò che gli
rimaneva nella mente: in quegli anni non stava bene, soffriva d’ansia e di attacchi di
panico, velati anche da un pò di depressione e a Trieste aveva trascorso tre anni
indimenticabili. Studi sopra studi, amori sbagliati, amori rubati, vita goliardica, vita
spericolata ma a quella città erano anche legati ricordi dolorosissimi, episodi e
giornate intere in cui era stato male, malissimo, vie e piazze che aveva
accuratamente evitato un sacco di volte perché qualche tempo prima là aveva
sofferto di qualche attacco di panico.
Quindi non c’era più andato.
Per oltre trent’anni.
Chiamasi “condotta di evitamento”.
Proprio per quel motivo, per quei motivi, il suo subconscio aveva rimosso e
“dimenticato” una parte della sua sua vita triestina e quel sabato si sentiva un pò
spaesato, come se stesse visitando una nuova città mai vista prima, a parte
qualche ricordo che era rimasto impresso indelebilmente nella sua mente.
Ma era felice, spensierato, soddisfatto di aver ripreso il treno e di essere ritornato
dopo 32 anni in quei luoghi che lo avevano infilzato a sangue più di una volta.
Ormai era un uomo, non era più uno studente universitario.
Tutta la sua vita era cambiata.
Ora stava bene, ora si muoveva, ora viaggiava di nuovo.
Ora era innamorato, di Marta.
Aveva ritrovato l’amore.
Ed era rinato a vita nuova.
E lei conosceva molto bene tutto il suo patire passato.
Gli era sempre stata vicino.
Ma aveva sempre rispettato ed atteso i suoi tempi di rinascita.
Lo aveva sempre incoraggiato: gli aveva sempre detto che ce la poteva fare, che in
lui c’era un potenziale di vittoria e non di sconfitta ed aveva perfettamente ragione
Marta, nella sua pacatezza, saggezza, ma anche nel suo entusiasmo per la vita e
per la natura, per tutto ciò che irrora l’anima, per tutto ciò che lascia a bocca aperta
quasi si fosse tornati bambini.
Era una creatura strana, Marta.
“Un dono calato dal cielo”, e questo Marco lo sapeva bene.
Ed anche Marco per Marta era un pò un dono calato dal cielo.
Anche lei aveva vissuto i suoi dolori.
E non pochi.
Anche la sua vita non era stata tutta in discesa.
E neanche in falsopiano.
Per questo i due erano una coppia inossidabile, che si comprenetrava a vicenda.
Una coppia collaudata.
Quando si conobbero, e conobbero a fondo le loro storie, capirono che non era
stato un caso il loro incontro: il loro amore era diventato imperituro.
Litigavano qualche volta, ma dopo un solo giorno di vedovanza, non resistevano
distanti l’uno dall’altro e si riconciliavano subito: entrambi avevano imparato a
parlare, a confrontarsi, a sfogarsi guardandosi negli occhi.
E non a tacere, a tenersi tutto dentro, come una bomba ad orologeria.
Erano cresciuti e maturati insieme.

Continuarono a camminare alla cieca fino a che s’intrufolarono in una piazza
gremita, anche quella, di persone e di sindacalisti. A quel punto, senza perdere
altro tempo, Marco s’avvicinò ad una sindacalista con tanto di bandiera e di tuta da
ginnastica e le chiese quale fosse la strada da percorrere per arrivare all’università.
La donna lo guardò con aria alquanto stupefatta e si capì ben presto il motivo:
<<Volete andare all’università da qui a piedi? Ce n’è di strada da fare, ed anche un
bel pò di salita! Non vi conviene prendere un autobus?>> esclamò con decisione.
<<Ci facciamo anche una bella passeggiata, signora, abbiamo da poco pranzato e
ci farà bene anche una piccola scarpinata per digerire con calma>> le rispose
sorridendo Marco.
<<Una piccola scarpinata? Ma ci vorrà circa mezz’ora a piedi…>>.
<<Fa niente, noi ci proviamo lo stesso>>.
La sindacalista allora si rassegnò alla volontà dei due, a dire il vero alla volontà di
Marco più che altro: Marta non conosceva Trieste e neanche i tragitti, le distanze, e
si fidò del suo compagno. Ricevettero così tutte le indicazioni, del tipo:
<<Andate fino laggiù, poi girate a destra e continuate fino a… Poi c’è un’altra
piazza, poi girate ancora a sinistra, proseguite per mezzo chilometro circa e subito
dopo sulla vostra destra inizia la salita di via del Coroneo, arrivate fino all’ospedale
militare e là…>>.
<<E là siamo subito arrivati in via Fabio Severo, la salita dell’università>> terminò
Marco.
<<Proprio così>> annuì la sindacalista.
Un cenno di saluto e di ringraziamento veloce e i due proseguirono la loro
avventura digestiva: non l’avessero mai fatto!
Si trovarono a camminare e a camminare interminatamente: viali, vie, viuzze,
piazze, semafori, strisce pedonali, auto e scooter in ogni dove, fino ad arrivare
dopo un bel pò in via del Coroneo: là iniziava la salita vera e propria.
Erano già un pò stanchi e Marta continuava a chiedere:
<<Ci vuole ancora molto? È lontana l’università?>>.
<<Un pochino – rispondeva sconsolato Marco – tu abbi fede e cammina, seguimi. Ti
porto io in un posto bellissimo da dove si può ammirare un paesaggio del mare
sconfinato, vedrai!>>.
<<Almeno ci ristoriamo gli occhi, io ho già i piedi che mi fanno male con questi
scarponcini…>>.
La salita era iniziata, era abbastanza ripida ma soprattutto non finiva mai.
Anche la temperatura faceva la sua parte: ormai erano quasi le due del pomeriggio
e nonostante si fosse in autunno, il caldo si faceva sentire a più non posso ed il
sole picchiava in testa. I due si trovavano a percorrere via Fabio Severo circondata
da ambo i lati da catene e catene di palazzoni vecchi, lasciati a sé stessi, tutti
anneriti, squallidi, ed il sole, guarda caso, si trovava proprio sopra le loro teste.
Implacabile.
Marco si tolse sciarpa e giacchetta e ripose tutto nello zainetto poiché iniziava a
sudare non poco.
<<Ma togliti anche il maglioncino di lana, ti farà un caldo pazzesco!>> diceva ben
sostenuta Marta.
<<Ma è solo un maglioncino di cashmire, leggero, da mezza stagione>> ribadì
invece Marco.
<<E sotto cos’hai? Fammi vedere: hai solo la canottiera, vero?>>.
<<No, ho anche un’altra felpa leggera leggera e sotto la canottiera>>.
<<Ma tu sei matto! Guarda me! Io sotto il maglioncino non ho nulla, la pelle non
respira con tutta quella roba che hai addosso!>>.
<<Beh beh, non importa, mi tolgo qualcosa quando arriviamo su all’università>>
ripeté testardamente Marco, ed intanto iniziava a colare sudore dappertutto.
Il fiato si faceva pesante, le gambe dure, i piedi iniziavano a dare fastidio.
Sembrava che i due stessero scalando le montagne del Tibet mentre invece si
trattava solamente di una salita, abbastanza ripida e lunga, ma sotto il sole e ben
già stanchi da tutta una settimana d’impegni e di lavoro.
Non erano quindi al massimo della forma e delle forze: ma all’università ci
sarebbero arrivati comunque! Ormai Marta era come rassegnata e non domandava
più quanto mancava alla meta: sapeva che quello faceva piacere a Marco e lo
seguiva senza commentare.
Ad un certo punto una curva, sempre in salita:
<<Ecco! Eccolo! Il palazzo di dieci piani dove abitavo! Io stavo all’ottavo piano e
dalla mia stanza ogni sera potevo vedere ed ammirare il sole che s’inabissava sul
mare proprio all’orizzonte! Era uno spettacolo eccezionale, una magnificenza che
non si può descrivere! Marta, non vedo questo palazzo da 32 anni! Ed è sempre
uguale…>>.
<<Beato te, dev’essere stato veramente qualcosa di meraviglioso>> sussurrò lei
con un filo di voce.
<<Ecco! Ecco il numero 81! Adesso questo me lo voglio fotografare per ricordo! E il
bar dello zio era proprio qui di fronte! No, un attimo più in su, dall’altra parte della
strada!>>.
Marco era entusiasta, al settimo cielo: erano passati oltre trent’anni dall’ultima volta
che aveva varcato quel portone, dall’ultima volta che aveva percorso quelle strade.
Marta era esultante anche lei per poter condividere con lui la sua gioia e si
fermarono, sotto il sole, qualche minuto a far fotografie e a riposare il fiato e le
gambe. Ma più restavano fermi più il caldo ed il sudore s’impadronivano dei loro
corpi. Nonostante si fossero mezzi spogliati, specialmente Marco, di tutta la lana
che portavano addosso fin dalla partenza a Treviso.
Ma il bar dello zio non c’era più.
La serranda era impietosamente calata per sempre a sigillare un’epoca che non
esisteva più. Tutto sepolto negli anni.
Si potevano scorgere chiaramente i buchi nel muro che un tempo ospitava le viti
dell’insegna luminosa del bar.
Tutto svanito nel nulla.
Non esisteva più nulla.
Marco se lo aspettava comunque, ma sperava che quel buco di bar fosse stato
preso in gestione da qualcun altro: così, anche se modificato del tutto, avrebbe
avuto la possibilità ancora, dopo tutto quel tempo, d’entrare nel bar dello zio a bere
qualcosa, magari un altro caffè lungo oppure vista la situazione del momento, una
bella e rinfrescante bevanda alla menta, oppure anche una cedrata!
Ma nulla di tutto questo.
Tutto era un mortuorio.
Tutto era finito per sempre.
“Sono passati anche più di trent’anni… Logico che sia così…”, si ripeteva all’infinito
nella mente, mentre Marta fotografava la serranda abbassata e tutte le auto
parcheggiate davanti a quello che un tempo era stato il bar dello zio Alberto.
<<Chissà dov’è finito lo zio…>> aggiunse Marta.
<<Meglio non pensarci – replicò Marco – Dai, amore, lascia perdere. Continuiamo a
salire, non manca tanto all’università>>.
Dopo due minuti di salita, ancora salita, Marco sentì l’assoluto bisogno di
accovacciarsi e di riposarsi, di riprendere fiato, la testa era come ottenebrata dal
caldo, dal sudore, dalla stanchezza, aveva dormito pochissimo negli ultimi giorni,
insonnia, forse qualche caffè di troppo.
Basta.
Bisognava fermarsi ancora un pò.
<<Amore, ti senti male?>> gli chiese quasi spaventata Marta.
<<No, no, sto bene… Forse ho un calo di pressione, forse il troppo caldo…>> e
continuava a tirare il fiato mentre Marta in silenzio gli accarezzava la testa madida
di sudore, quasi a volerlo rassicurare che tutto era sotto controllo, che non sarebbe
successo nulla di grave, che tutto andava bene.
Bastava solo riprendere un pò il respiro.
E continuava ad accarezzargli la testa, le guance, le spalle.
Marco sentiva il calore di Marta.
Il calore del suo amore e delle sue mani.
Quando c’era bisogno, quando la fatica fisica od anche mentale si facevano sentire
Marta c’era sempre, anche se si trovava lontana, lei c’era sempre.
Marco intanto le baciava le mani, sempre accovacciato sul marciapiedi di via Fabio
Severo, sotto il sole: le accarezzava le gambe, se la teneva stretta stretta vicino, il
più vicino possibile.
Lei continuava a non dire nulla, nulla di nulla e seguitava ad accarezzarlo.
Non c’era un’anima viva, solo qualche auto distratta che passava biascicando un
pò di rumore…
<<Ormai ci siamo quasi, stiamo per arrivare alla grande curva: subito dopo c’è
l’università!>>.
<<Meno male, non ne posso più neanch’io…>> sospirò a testa bassa Marta.
I suoi occhi azzurri si stavano perdendo in mezzo ad una cascata di capelli biondi.
Marco si sentiva quasi un pò in colpa, ma ormai il traguardo era vicinissimo.
Stavano camminando ininterrottamente da un’ora e venti, sempre sotto quella
calura anomala, tanto che sembrava d’essere in pieno agosto…
“Mezz’oretta”… aveva sentenziato la sindacalista in piazza, con quella sua bandiera
che sarebbe potuta ben servire per asciugare tutto il loro sudore e a mitigare tutta
la loro fatica.
<<La curva! Ecco la grande curva! Me la ricordo benissimo! La percorrevo tutte le
mattine o a piedi o in autobus! Ormai ci siamo!>>.
<<Ma io qui non vedo niente>>.
<<Bisogna oltrepassare ancora la grande curva e poi inizi a vedere l’università>>.
E per smorzare un pò la faticata Marco le raccontò di quella volta che aveva
sostenuto l’esame di diritto ecclesiastico, durante il suo secondo anno d’università.
Il titolare della cattedra, il professor De Bona, era anche lui di Treviso e si
conoscevano di vista, ma l’esame lo ebbe a sostenere con un assistente qualunque
che durante tutto il tempo se ne stette comodamente a leggere il giornale mentre
Marco parlava, parlava, parlava, esponeva tutte le sue conoscenze in materia.
L’assistente gli aveva affibbiato un trenta senza aggiungere nulla e lui l’aveva
stizzosamente rifiutato:
<<Perché ha rifiutato un trenta, Marco Leiballi?>> gli chiese stupefatto il professor
De Bona, intervenendo tra i due.
<<Perché questo esame è stato una farsa, professor De Bona! Io ho parlato,
parlato, parlato ed il suo assistente continuava a leggere il giornale!>>.
L’assistente in quel mentre si era alzato di colpo ed era uscito a gambe levate
dall’aula di Ecclesiastico senza dire nulla.
Il professor De Bona taceva e continuava a fissare Marco:
<<Senta Leiballi, le propongo una soluzione>>.
<<Mi dica, professore>>.
<<Anche lei, mi pare, è di Treviso come me: più di una volta l’ho intravista in centro,
conosco bene il suo volto>>.
<<Anch’io la conosco di vista, professore>>.
<<Bene, oggi è venerdì e quasi tutti gli studenti ritornano a casa: anche lei torna a
Treviso oggi?>>.
<<Certo professore, ma tutto questo cosa c’entra con il mio esame di diritto
ecclesiastico?>>.
<<Marco Leiballi, lei si faccia trovare alla pensilina della grande curva alle 14.30
che poi l’accompagno io a casa. Torniamo insieme a Treviso: poi fra un mese si
ripresenta e l’esame lo sostiene con me>>.
<<Ti rendi conto, Marta? Uno studentello alle prime armi accompagnato a casa dal
suo professore! Con la sua macchinona!>> proseguì Marco tutto accaldato.
<<E tu hai rifiutato un trenta? – rispose lei strabuzzando gli occhi – E poi cosa è
successo?>>.
<< E poi la volta dopo ho preso trenta e lode! Come da copione>>.

Ormai s’intravvedevano i grandi scalini che portavano all’entrata dell’università, un
edificio tutto d’un pezzo, stile fascista, di certo non attraente come i palazzi del
centro ma da lì si poteva incontrare il mare ed un paesaggio mozzafiato.
<<Ancora salita, anche gli scalini adesso…>> disse avvilita Marta.
<<Eh dai, che ormai siamo arrivati a destinazione>>.
<<È da un’ora e venti che camminiamo senza mai fermarci praticamente!>>.
<<Lo so, lo so tesoro, a questo punto avremo digerito per bene>> e si guardarono
sorridendo, <<Ecco, adesso fermati e guarda laggiù!>>.
<<Ma non si vede niente!>> replicò con un pizzico di disapprovazione Marta.
<<Maledetta nebbia, accidenti, hai proprio ragione! Tutta questa fatica per non
vedere neanche il mare, non si intravede proprio nulla! È ricomparsa di nuovo! Mi
dispiace Marta, sono senza parole, non potevo saperlo! Scusami, ti avevo
promesso che avresti goduto un paesaggio stupendo invece ti tocca vedere solo
questo casermone maestoso che è la mia vecchia università… Ma io qui ci tenevo
tanto a ritornare, credimi…>>.
<<Pazienza, verremo ancora a Trieste, vero? Dobbiamo ancora visitare la Grotta
Gigante, la Risiera di san Sabba e la cattedrale di san Giusto…>>.
<<Oggi proprio non ce la facciamo a veder tutte queste cose, la prossima volta
possiamo andare anche fino ad Opicina e magari passare il confine: andiamo
all’estero! Vuoi? Andiamo in Slovenia! Ti va come programma?>>.
<<All’estero? Non ci sono mai stata…>>.
<<È qui, ad una decina di chilometri da noi, siamo quasi arrivati all’estero. Adesso!
Ma vuoi andare veramente anche alla Risiera di san Sabba? Guarda che ci sono
stato, è molto interessante da visitare, questo sì: è Storia, ci sono anche i forni
crematori…>>.
<<I forni crematori?>>.
<<Ovvio, i nazisti purtroppo li usavano in abbondanza anche qui, si sa fin troppo
bene: è Storia, perversa, anche questa>>.
<<Allora no, i forni crematori mi fanno impressione solo a vederli in fotografia, non
mi va di vederli dal vivo, di toccarli, d’essere vicina a quegli strumenti di morte… No,
no, proprio no>>.
<<Andremo allora alla Grotta Gigante, io non sono mai stato, non so neanche dove
sia…>>.
<<Ma se hai abitato qui per tre anni…>>.
<<Sì, e secondo te ad uno studentello di 18 anni alle prese con i primi libroni di
diritto, con i viaggi in treno avanti e indietro, con una vita goliardica e del tutto
nuova, interessava andare anche a vedere una grotta? Per di più gigante?>>.
<<No, credo proprio di no>>.
<<Cosa vuoi che m’interessasse della Grotta Gigante a quei tempi, Marta, tesoro
mio… Avevo ben altri pensieri per la testa, e non stavo neanche bene…>>.
Marta annuì senza dire nulla.
Si sedettero sugli ampi gradoni dell’università a riposare, e a prendere un pò di
sole. Era quasi impossibile intravedere il mare.
Quella nebbiolina che s’alzava e subito dopo calava di nuovo sul mare, proprio non
dava nessuna tregua.
Dopo pochi minuti s’alzarono e si diressero verso l’entrata dell’università:
<<Le porte in legno girevoli! Sono ancora là dopo 32 anni! Non è cambiato proprio
nulla!>> esclamò tutto sorpreso Marco.
<<Chissà quanti studenti sono passati attraverso quelle porte…>>.
<<Credo migliaia e migliaia, non ne ho la minima idea… Adesso andiamo subito al
baretto dell’università e ci beviamo qualcosa di fresco!>>.
<<Ne ho proprio bisogno>> sospirò Marta.
Entrarono e Marco vide che tutto era esattamente come 32 anni prima, non era
cambiato nulla di nulla all’università. Solo un piccolo ma essenziale particolare: il
baretto non c’era più. Sostituito da un ufficio informazioni per studenti.
La delusione fu forte, la sete si faceva sentire, il caldo ed il sudore li attorniavano in
ogni dove.
Marta si diresse verso i bagni e dopo poco tornò fuori:
<<Guarda che qui dentro c’è un’acqua fantastica! Sarà che viene giù dalle
montagne della Slovenia o da quelle di Trieste, fatto sta che è freschissima!>>.
Anche Marco si buttò a pesce a bere acqua su acqua.
Ce n’era un estremo bisogno.
Erano circa le tre del pomeriggio.
Dentro l’atrio della facoltà di Legge non c’era quasi nessuno, pochissimi studenti
che uscivano ed entravano in biblioteca.
D’altra parte era un pomeriggio di sabato: cosa aspettarsi dentro un’università?
Il vuoto più assoluto e totale.
Ma ormai Marco era davvero appagato: era riuscito ad arrivare e a mettere piede di
nuovo dopo oltre 30 anni nella sua università: un sacco di ricordi erano riaffiorati
alla mente, rivedeva i volti di tanti compagni di corso, di tanti professori, attimi di
vita passata positivi e momenti di buio totale.
Anche quella era stata la sua vita, nella città di Trieste per tre anni.
Le prese la mano e le disse:
<<Vieni che ti faccio vedere una cosa>>.
<<Cosa?>>.
<<Tu vieni>.
Entrarono in un lungo corridoio dal soffitto altissimo. Sulla sinistra tutta una serie di
aule, sulla destra numerose bacheche per gli annunci.
<<Eccoci qui. Questa è l’aula M: io arrivai a Trieste nel Novembre dell’83, subito
dopo la maturità classica, e dopo soli tre mesi feci il mio primo esame proprio qui
dentro, filosofia del diritto, e presi 27. Me la ricorderò finché vivo>>.
Marta provò a spingere il maniglione di legno d’entrata per poter vedere l’aula M ma
tutto era chiuso a chiave. Niente da fare. Solo delle panche su cui sedersi e
riposarsi ancora un pò nel silenzio più assoluto, senza il baretto dell’università e
con una bambina sui 7 anni che girava da sola per il corridoio:
“Chi sarà mai? Sarà figlia di qualche studentessa? Cosa ci fa qui di sabato
pomeriggio una bambina di 7 anni da sola che gioca con una bambola?” si chiesero
entrambi. Ma non ebbero mai la risposta.

<<Sai una cosa? Mi piacerebbe andare al castello di Miramare – esclamò tutto d’un
tratto Marta – È molto lontano da qui?>>.
<<Parecchio… Impensabile andarci a piedi, saranno circa sei o sette chilometri,
dobbiamo assolutamente prendere un autobus. Ma mi sta benissimo, ci sono già
andato due volte tantissimi anni fa, me lo ricordo vagamente… Ottima idea,
andiamo subito! Non abbiamo tantissimo tempo prima che parta il treno del
ritorno>>.
<<Sì ma da qui, che non c’è nessuno e tutto è chiuso, dove lo prendiamo il
biglietto?>>.
<<Chiediamo a qualche studente>>.
In poche parole avrebbero dovuto scendere dall’università, andare fino ad un
piccolo bar, sempre in via Fabio Severo, dove vendevano biglietti per il bus,
prendere il 17 barrato, proseguire fino in stazione, scendere e là cambiare e salire
sul numero 6 che li avrebbe portati dritti fino a Miramare.
Così sentenziò una studentessa di piccola statura.
Detto fatto.
I due si ritrovarono in poco tempo in stazione.
Erano tornati in città dove c’era un pò di vita a dispetto dell’università del tutto
deserta anche se Marco era gratificato dopo tutta quella faticata, dopo aver rivisto i
luoghi epici che gli ricordavano la sua giovinezza. Via Fabio Severo, il palazzone
dove abitava al numero 81, il bar dello zio, purtroppo chiuso per sempre.
Ma la soddisfazione era tanta, quasi quanto la stanchezza.
Alla fermata del bus il numero 6 tardava a passare: c’erano dei ragazzi spagnoli sui
20-22 anni che, anche loro, attendevano qualche autobus. Occupavano tutta la
pensilina d’attesa e quindi era impossibile ripararsi dal sole che continuava a
picchiare.
Passò una signora sulla cinquantina, truccatissima, con una pelliccia bianca lunga
fino alle ginocchia. Marco e Marta si guardarono negli occhi in un battibaleno.
Non sapevano se ridere o se piangere.
Nessuno dei due disse una sola parola.
Si guardarono e basta.
Una pelliccia in una giornata dove la temperatura si assestava sui 25 gradi: certo,
era una giornata autunnale, dopo due settimane sarebbe arrivato Novembre, ma in
tutta Italia c’era una temperatura del tutto particolare in quei giorni.
Un caldo fuori stagione, del tutto inusuale.
Salirono nel frattempo sul numero 6: era stracarico di gente e di ragazzi,
sicuramente studenti.
Tutti andavano verso Miramare.
Tutti andavano al mare.
La nebbia intanto iniziava a diradarsi pian piano, le coste slovene s’intravedevano
appena appena.
<<Scusa, per Miramare dove dobbiamo scendere?>> chiese Marco ad un ragazzo
seduto accanto a loro.
<<Ci sto andando anch’io, scendete quando scendo io>> rispose il ragazzo
dall’accento spagnolo che tuttavia parlava un ottimo italiano.
Dopo circa 15 minuti di corsa folle, quell’autista correva veramente come un pazzo,
Marta e Marco arrivarono finalmente anche al castello di Miramare: si scendeva per
due o tre tornanti e si arrivava direttamente in un piccolo porticciolo dove l’autobus
finiva la sua corsa.
Capolinea.
<<Quanto tempo abbiamo?>> chiese Marta.
<<Sono le 15.45, abbiamo il treno verso le 17.10, quindi ci possiamo fermare
un’oretta circa, non di più per sicurezza. Metti mai che al ritorno ci siano degli
intasamenti, delle code d’auto, che l’autobus ritardi e così perdiamo il treno,
dobbiamo prenderne un altro e chissà quando arriviamo a Treviso… A mezzanotte
o anche più tardi: meglio non stancarsi troppo, per oggi ne abbiamo fatte già
abbastanza, non credi? Ci ritorneremo prima o poi>>.
<<Sono perfettamente d’accordo: fermiamoci qui un’oretta e poi si riprende il bus.
Ci torneremo, eccome!>> replicò Marta.
Finalmente ancora profumo di salsedine.
Finalmente ancora profumo di mare aperto.
Il tutto frammisto alle fragranze di fiori e di cortecce d’alberi d’ogni tipo che quel
luogo quasi magico emanava.
Ma entrambi si trovarono improvvisamente spaesati: da che parte si entrava per
accedere al castello? Marco non si ricordava affatto del porticciolo, forse l’avevano
costruito proprio in quei trent’anni di sua assenza? Non era in grado di darsi una
risposta, sentiva solo che quelle barche a vela ormeggiate, alcune anche con degli
alberi maestro molto alti, davano proprio la sensazione di trovarsi in mezzo al tipico
porto di mare.
Un luogo da dove si parte.
Un luogo al quale si approda.
E in fondo è così anche nella vita di tutti i giorni.
Si erano un pò allontanati da Trieste per arrivare a Miramare ma si trovavano pur
sempre ad un tiro di schioppo dalla città austro-ungarica.
E ne valeva la pena, eccome se ne valeva la pena.
Chiesero quindi delle informazioni ad una turistica che indicò loro l’entrata
attraverso un cancelletto verde, proprio a pochi passi:
<<Marco, no! Ancora scale e scale da fare!>>.
<<Io non so che dirti, tutte queste scale non le ricordo proprio, ma andiamo,
vediamo dove ci portano>>.
Cinque minuti di scale abbastanza ardue, le gambe stanche si facevano di nuovo
sentire, e i due approdarono ad un vialetto stracolmo di alberi d’ogni tipo alla loro
destra e di serre in costruzione, senza fiori, alla loro sinistra.
Profumi di foglie e di verde.
Proseguirono a passo lento godendosi il paesaggio: boscaglia, alberi ben curati,
viali e vialetti d’ogni tipo, scalinate ed ancora scalinate, su e giù ad ogni piè
sospinto, ma il castello dov’era? Non c’era una minima targa, una minima
indicazione se non quella per accedere ad un caffè ristoro. Seguirono allora il flusso
dei turisti, qualcuno prima o poi sarebbe arrivato alla meta ma anche i visitatori si
disperdevano tra le aiuole, tra le gradinate, tra i vialetti, tra le cento fontane: chi
andava a destra, chi a sinistra, chi tornava indietro, chi si fermava, chi fotografava,
chi s’intratteneva a parlare. Decisero allora di farsi guidare da una sorta di sesto
senso e nel giro di dieci minuti riuscirono a scorgere le guglie del castello: eccolo,
finalmente erano arrivati a destinazione!
Altro cancello: si entrava in un luogo demaniale, proprietà dello Stato Italiano, e
questo Marco proprio non se lo ricordava affatto. Marta invece sì: lei ogni volta che
viaggiavano insieme, ogni volta che andavano a visitare qualche città nuova
iniziava tre giorni prima a documentarsi su Internet su cosa c’era da visitare, quali
musei, quali chiese, quali giardini, quali pinacoteche, dove mangiare la cucina tipica
del posto… Lei era proprio metodica ed accuratissima in questo senso, e non solo,
non le piaceva improvvisare: voleva studiare, documentarsi, sapere, conoscere.
Marco invece era un pò all’opposto in questo senso: aveva radicato più lo spirito
d’avventura, l’arrembaggio alla garibaldina. Certo, anche lui amava sapere dove e
cosa andava a vedere e visitare, ma non era certo così meticoloso e preciso come
la sua compagna.
Il castello di Miramare, dalle pietre levigate, bianchissime, tirate a lucido si potrebbe
quasi dire, ora appariva nella sua magnificenza davanti ai loro occhi: piano terra,
due piani rialzati ed una quantità notevole di guglie. Edificato in stile austriaco di
tardo Ottocento anche questo, come quasi tutta Trieste.
Decisero di non entrare a visitare le stanze del castello ed il museo: troppa folla,
troppa calca. Avevano poco tempo prima che l’autobus ripartisse alla volta della
stazione, e quindi si riposarono occhi e corpo passeggiando pacatamente tra le
pensiline vedove di glicini in quella stagione, tra statue regali, giardini
accuratamente coltivati, fontane e fontanette, soffermandosi in continuazione ad
ammirare il golfo, spingendo lo sguardo fino a ciò che si poteva intravedere
dell’Adriatico: la nebbia si era un pò alzata, ironia del destino (pensando alla
sgobbata per raggiungere l’università senza poi ammirare nessun paesaggio), ma
ancora persisteva. Non era una giornata limpida, pulita, chiara, anche se le coste
della Slovenia ora si potevano incontrare distintamente ed anche parte dell’Istria,
appena appena. Bastava voltare lo sguardo un pò verso sinistra per ammirare
Trieste in tutto il suo splendore, con la miriade di abitazioni tipo villette, i formicai di
caseggiati abbarbicati lungo le pendici delle colline ed un’infinità di mare tutto
intorno. Alla fin fine Trieste era tutta così: mare, una striscia di città e colline a non
finire, salite dappertutto, fino a cadere col muso davanti all’ex dogana, fino a
ribaltarsi in terra dell’est. Si era alla fine dell’Italia: Marco lo aveva affermato più
volte in treno a Marta.
Riuscirono anche a scorgere una panchina rosso scuro del tutto libera:
accelerarono il passo e si catapultarono letteralmente sopra di essa a rilassare tutto
il corpo ed anche l’animo, con il castello davanti ai loro occhi e distante sì e no una
decina di metri. Si poteva quasi toccare.
Una posizione migliore non si poteva trovare.
Ad un certo punto avvertirono degli applausi ed un vociferare che aumentava di
secondo in secondo sempre più: una coppia di sposi giovanissimi stava passando
proprio accanto a loro, sicuramente andavano a fare delle foto ricordo per l’album di
nozze con quel paesaggio mozzafiato, selvaggio ed al tempo stesso curatissimo in
ogni suo particolare.
Tutto intorno parenti, genitori, nonni, tutti vestiti e lustrati a festa, tutti strafelici, tutti
al settimo cielo, tutti ridondanti di pura gioia. In effetti un motivo forse ce l’avevano:
gli sposi avranno avuto sì e no 18-19 anni, giovanissimi, la faccia ancora da
bambini, sorridenti al settimo cielo anche loro (e sarebbe stato da versar lacrime se
fosse stato il contrario). Marta e Marco in vita loro non avevano mai, ma proprio
mai, visto degli sposi così giovani, così ragazzini.
<<La sposa sembra una principessa! Avrà sì e no 18 anni!>> esclamò Marta, con
una gioia di compartecipazione nel cuore che solo lei poteva avere.
Era così Marta: aveva il dono di gioire quando vedeva intorno a sè le persone
gioire, era felice anche lei per e con loro. Si rattristava invece quando si trovava
davanti a persone tristi, buie, depresse: sembrava che la sua anima leggesse
dentro le anime delle altre persone. Sembrava che i suoi occhi riuscissero a
intravedere situazioni che gli occhi degli altri comuni mortali non riuscivano, o non
volevano vedere.
Marta era una creatura strana, un dono calato dal cielo.
Marco l’aveva pensato e detto più volte e quel 14 Ottobre del 2017 ne ebbe
l’ennesima conferma.
Di lì a poco passò anche un uomo distinto sulla settantina e Marco gli chiese se per
favore poteva scattare loro una foto ricordo con il suo smartphone: una cronaca in
più da stampare in quella leggiadra giornata triestina.
<<Ma certo che vi scatto una foto!>> rispose in un battibaleno l’attempato signore.
<<Dove devo premere? Il tasto bianco? No, quello a sinistra? O quello più a
destra? Ma qui parte il video! Come faccio a fermarlo?>>.
Dopo vari tentativi, dopo aver fotografato una volta le loro scarpe, un’altra volta le
loro ginocchia, riuscì al terzo o al quarto tentativo a centrare l’immagine e ne uscì
anche una bellissima foto.
Veramente incantevole, da stampare ed incorniciare.
Enigmi dei settantenni…
<<È ora di andare, tesoro. Salutiamo il castello di Miramare e promettiamogli che
torneremo a fargli visita>> disse Marco alzandosi di fretta dalla panchina.
<<Ne sono più che certa!>> fu la risposta di Marta.
Ma ora come trovare, ritrovare, la via d’uscita?
Erano di nuovo al punto di partenza.
Questa volta al contrario.
Là sembrava tutto un labirinto di giardini e fontane. Chiesero a destra e a manca,
finché con passo spedito, riuscirono a guadagnare l’uscita. Gli scalini ora erano in
discesa e sembrava che i due volassero. L’autobus sostava con il motore spento
proprio di fronte a loro: ma il biglietto? Dove potevano acquistare un altro biglietto?
Il conducente del mezzo se ne stava tranquillo a leggere il giornale e non li degnò
neanche di uno sguardo:
<<Dovete andare qui di fronte al ristorante, là vendono biglietti. Se no inviate un
sms>>.
<<Un sms per comprare il biglietto dell’autobus? A chi?>> chiese stupito Marco.
Nessuna risposta.
Corsero allora al ristorante dove s’imbatterono in una cameriera grassottella:
<<Qui non vendiamo biglietti per l’autobus, dovete inviare un sms>> e si dileguò di
corsa.
<< Un sms? Ma cos’è questa storia? Io non capisco>> sibilò Marco.
<<Neanch’io>> ribatté infastidita Marta.
Arrivarono di nuovo alla porta d’entrata dell’autobus e nel frattempo il conducente
aveva già messo in moto il mezzo:
<<Senta, abbia pazienza, siamo due turisti! Al ristorante non vendono biglietti e tutti
ci dite che dobbiamo inviare un sms! Ma a chi? A quale numero e perché?>>.
<<C’è il numero proprio dietro di me>> sentenziò il conducente senza aggiungere
null’altro.
A quel punto Marta e Marco iniziarono a perdere la pazienza e salirono lo stesso
sull’autobus senza biglietto ma cercarono subito qualche indicazione per evitare
multe d’ogni genere: in una vetrofania, proprio dietro al sedile del conducente
cafone, era impresso un numero di telefono.
Bisognava inviare un sms a quel numero scrivendo: “TST” che stava a significare
“Trieste Trasporti”.
Dopo aver domandato ad altri turisti cosa significasse tutto questo, finalmente
ebbero a comprendere anche loro.
In pratica, se un passeggero si trovava impossibilitato ad acquistare biglietti o se
arrivava col treno di notte o al mattino presto quando le rivendite erano chiuse,
poteva inviare un sms all’azienda trasporti, gli venivano addebitati 75 centesimi
nella sua Sim, e così si procurava il biglietto dell’autobus ricevendo a sua volta un
altro sms di conferma dell’avvenuto acquisto del biglietto.
Ingegnoso! Non c’è che dire.
Né Marco né Marta avevano mai visto o sentito una cosa del genere.
Marco inviò così due sms al numero speciale digitando come testo “TST”: gli
vennero subito addebitati un euro e cinquanta centesimi nella sua Sim, e quindi, in
questo modo, acquistò due biglietti telematici per la stazione.
Tutto a posto.
Tutto regolare.
Ora si poteva partire senza alcun patema d’animo.

Arrivarono a destinazione poco dopo, mancavano circa 15 minuti alla partenza del
loro treno di ritorno per Treviso: il tempo di bere al volo un caffè, di fumarsi l’ultima
sigaretta triestina (era Marco il reo, Marta non aveva mai fumato in vita sua) e di
salire tranquillamente in carrozza.
<<Sediamoci sulla destra con le spalle verso la città: quando il treno partirà ci
potremo godere un paesaggio da favola! Si vede tutta Trieste che pian piano
s’allontana, si vede tutta la costa, il faro della vittoria, curva e contro curva e via
verso l’entroterra friulano…>> suggerì Marco.
Alle 17.12 il treno chiuse le porte ed iniziò a muoversi lentamente, e minuto dopo
minuto aumentò la sua velocità: tutto era come Marco aveva descritto a Marta poco
prima. La nebbia ormai era un vecchio e fastidioso ricordo anche se permaneva
ancora qualche velo di foschia. Il mare si era aperto quasi del tutto, il sole iniziava a
tramontare e a franare lentamente verso l’orizzonte lasciando sulle acque una scia
argentea da batticuore. Uno spettacolo sovrannaturale!
Si allontanavano sempre più.
Il sole aveva iniziato la sua corsa verso i meandri del mare e nella mente di Marco
s’affacciavano una miriade di ricordi e di sensazioni…
Una giornata che finalmente, dopo 32 anni d’assenza da quella città, lo aveva
liberato da tanti fantasmi del passato e gli aveva fatto godere insieme alla sua
compagna di vita, dei momenti indimenticabili: la boscaglia selvaggia dopo
Monfalcone prima d’arrivare a Trieste, le curve e contro curve del treno, il mare che
s’intravedeva cosparso di nebbiolina, l’arrivo al faro della vittoria, la stazione semi
deserta, il lungomare che pullulava di turisti e gabbiani fino al molo Audace.
Piazza dell’unità e le manifestazioni sindacali e d’auto d’epoca, gli sposi ultra
cinquantenni forse in seconde nozze.
La bottega del rigattiere e la titolare che indicava loro dove andare a mangiare a
buon prezzo, la camminata in via Torino e i suoi negozi all’ultima moda.
La taverna alle botti e le sue polpette giganti, melanzane e zucchine fritte, il conto
di cinque euro a testa e la cameriera dai capelli rosa-bordeaux.
Il negozietto di bomboniere e le statuine di coppie abbracciate fra di loro.
La passeggiata da maratona fino all’università (oltre un’ora e venti, in gran parte in
salita), il palazzone di via Fabio Severo al numero 81, il bar dello “zio Alberto”
serrato per sempre.
I racconti a Marta delle giocate a flipper, delle chiamate con i gettoni a casa (tutti in
fila, uno dopo l’altro).
I ricordi malsani degli attacchi di panico, dell’ansia e della depressione.
Il trenta rifiutato all’esame di diritto ecclesiastico ed il ritorno a casa in auto niente di
meno che con il professore titolare della cattedra.
Il sole che quasi spaccava le pietre in quella salita che non finiva mai, il sudore, il
caldo soffocante, la sensazione di un calo di pressione e Marta che si preoccupava
fortemente della sua salute e che continuava ad accarezzargli la testa.
Il maglioncino in cashmire e la sciarpa nera di lana, lo zainetto.
La grande curva e i gradoni dell’università, le porte girevoli in legno rimaste
inalterate per oltre trent’anni, il corridoio di giurisprudenza e l’aula M, quella
bambina di circa 7 anni figlia di nessuno, da sola in un sabato pomeriggio, sperduta
nei corridoi dove gli studenti brulicano nelle giornate infrasettimanali.
La ricerca di un autobus per andare a Miramare, la signora con la pelliccia bianca
ed il gruppetto di ragazzi spagnoli, forse studenti dell’Erasmus.
Il nuovo porticciolo di Miramare, le bellezze naturali di quel parco boschivo e
floreale che introduceva al castello, gli sposi bambini, la panchina rosso scuro, il
settantenne che aveva scattato loro diecimila fotografie prima di arrivare ad un
risultato eccellente.
La corsa verso l’autobus per tornare verso la stazione, la ricerca spasmodica del
biglietto, il mistero dell’inviare sms a chissà chi ed il conducente maleducato.
Più che altro cafone.
L’ultima sigaretta e l’ultimo caffè lungo in tazza grande prima di salire in treno e poi
la partenza.
E naturalmente la costante presenza di Marta accanto a lui: nel silenzio, nei sorrisi,
negli abbracci, nello scambiarsi racconti di vita, nel raccontarsi le proprie emozioni
ed i propri sentimenti dell’anima, e quel giorno del suo compleanno così speciale,
festeggiato con un viaggio di oltre cinque ore di treno e fotogrammi immortalati per
sempre nella memoria dei cuori.
Marta era sempre Marta…

Il treno, con la sua corsa monotona ed avvincente al tempo stesso, aveva ormai
superato Udine: erano ancora in Friuli. Mancava circa un’ora e mezza all’arrivo a
Treviso e si era già fatto buio:
<<Che tristezza, ora viene scuro così presto…>> mormorava Marta stanca morta
con gli occhi che pian piano le si chiudevano.
<<Aspetta ancora qualche giorno, quando tornerà l’ora solare>> rispose Marco,
anche lui alle porte del regno di Morfeo.
<<Appunto…>>.
La loro piccola mansarda, tutta in legno, stracolma di quadri d’arte moderna d’ogni
genere, proprio come piaceva a loro, li stava attendendo silente da quella mattina.
A Treviso ormai era sera, tutto iniziava a rallentare il suo corso, la gente era
rintanata a casa nel rituale della cena, e loro ponevano fine ad un viaggio che
aveva liberato tanti fantasmi del passato di Marco, non più ragazzetto alle prime
armi ma uomo adulto, ed aveva fatto conoscere a Marta un’altra nuova città.
Le era già rimasta incollata nel cuore: proprio come Bologna, Verona, San Vito di
Cadore e Cortina, le ultime tappe del loro girovagare in cerca di nuovi posti da
visitare. E da vivere fino in fondo all’anima.
<<Ancora Trieste>> le sussurrò Marco, appena scesi dal treno.
<<Sì, sicuramente, ancora Trieste>>.

Ed una carezza solcò la guancia sfiancata di Marta.

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Sì, viaggiare…

Seguite l’impulso del momento (senza programmare nulla, nel giro di otto ore) e salite su un aereo o fate il pieno alla macchina e partite. La meta non ha importanza. L’obiettivo è viaggiare con poco bagaglio, stendere le ali e mettere alla prova la vostra capacità di mollare tutto. Lanciarsi istintivamente in un’avventura e allontanarsi per un po’ dalla propria vita è una sensazione straordinaria di libertà.

(Lynn Gordon)

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Lo stagismo è il primo passo per la conquista del mondo.

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