La sapienza della luna

Mi piace piacerti,

quando il cielo si scioglie in blu

e soffia la sera, l’ape si riposa

e le campane intonano

il vespro lodante dell’avemaria.

Mi piace piacerti,

quando concitata giungi a me

con la tua gonna di pizzo tabacco,

e tacciono le scale

che ti sei bevuta, correndo gaia

alle mie labbra madide di rugiada.

Mi piace piacerti,

quando s’allungano i nostri corpi

sull’erba bruciata d’agosto,

e volano bassi i gabbiani e le tortore

sulle nostre teste scapigliate,

mentre ci doniamo lo sposalizio d’un bacio.

Mi piace piacerti,

quando t’impasti gli occhi di rimmel

con la frescura di cipria sulla canottiera,

e mi prometti che sarà per sempre

sotto le ombre d’una luna rossa,

che ha la millenaria sapienza

di quanto ci stiamo amando, e illudendo.

Carlo Molinari

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#neoromanticismodigitale

E venni alla luce

E venni alla luce.

In quel dì arcaico

disperso nei decenni

trovai posto sulla terra.

Cielo e madre

s’unirono in un balletto

di notte e aspettative,

si fermò la conta del nulla

e piansi per la prima volta.

E venni alla luce.

Senza saper che poi

lunghi lustri m’avrebbero

dipinto e inciso il suono mistico

della vita e dello spirito,

assiso in un crocevia

di volti, sorrisi e pugni stretti

come compagni di viaggio.

Vestito solo di pelle e speranza,

in un giorno di grazia

che non si sarebbe più concluso.

Carlo Molinari

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#neoromanticismodogitale

Soffi di tuono

Parti, esci, deflagra, trema,

rimbomba, fai volare ogni cosa!

Che la tua forza d’amore

bruci tutto quello che tocchi,

che la gente ne rimanga allibita,

che il sole si vergogni

davanti alla tua luce che impazza!

Che le foglie morte, oltraggiate,

tornino a vivere e s’attacchino ai rami,

che le acque dei mari si dividano

e lascino il passo del coraggio

a chi d’amor vuol esser cuore ansante!

Che il cielo s’alletti d’aurore boreali

e pelle viva di rosa tramonto

per aver come figli noi guerriglieri!

Parti, esci, deflagra, trema,

rimbomba, fai volare ogni cosa,

che si vive solo d’istanti,

sospiri strascicati, pianti ingoiati,

amplessi di luna e vita di viscere!

Noi non siamo che soffi flebili

ma la parola non ci lascia mai scheletri,

noi non siamo che soffi di tuono

ma conosciamo il passato d’amarezza

e la forza di resistere

più folli e sfolgoranti d’uno Swarovski.

Carlo Molinari

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#neoromanticismodigitale

E di lei solo stelle

Notte d’arcuate stelle,

ho rivisto il suo bel viso

in una costellazione polare,

al nord della mia esistenza.

Tutto taceva e s’inabissava

nel silenzio ancestrale.

Lei sorrideva come dama

tra praterie di buio e cristalli

e non potevo che mirare,

senz’avvicinarmi,

allo sfarfallio delle sue ali,

alla curva spiroidale

delle sue comete, luce amata,

stella tentatrice, notte nuda

che non fai paura.

Mi allungò la mano di rosa

e non pungeva, senza spine

ogni sua meteora

d’istanti da spaccar il fiato.

Era così bella e lontana

che, spettinato, colsi la vastità.

Mi permeai la pelle

al suono buddista del silenzio,

fui catturato dall’espiazione

della croce cristiana

e con le sue unghie opaline,

adornate come minareti,

mi baciò le labbra tumefatte.

Costellazione, lei

d’anni passati ad aspettare,

brillio del non sapere

e della speranza mai sopita.

Dea lattescente, dispersa

nel baratro del firmamento,

che bramava

d’esser ancor amata

e di poter parlar d’amore

a chi ha il dono d’ascoltare.

Com’eri solare, notte!

E di lei solo stelle

e una faccia di luna errante,

tra l’ammasso nero

d’un orizzonte senza risposte.

Carlo Molinari

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2 Novembre (la morte non esiste)

Non mi credere assente,

ti sono più prossimo che mai.

Sono nell’aria che t’avvolge

ad ogni calar di luna bionda,

nella fronda del roseo ciliegio

che miri ma non sfiori.

Son fibra dei fili d’erba novella

che s’ergono gravidi d’innocenza.

Da semente son divenuto

una quercia di slanciati rami,

dove gli innamorati

trovano l’ombra e l’alcova

su cui magnificar il loro amore.

Sono negl’armenti di nubi impazzite

che sciabordano nel turchese

e vergano tele degne di Renoir.

Mi trovi nella sinfonia dell’aurora,

quando torme di passeri si destano

e trillano salmi orchestrali

di letizia e di pace indistruttibile.

Non mi credere assente,

ti sono più prossimo che mai.

Pulso nei ventricoli del cuore

che ti percuote la gola,

m’anniento nella lacrima copiosa

che riga e scanala

il tuo viso stanco e avvilito.

Fluttuo nei fiotti di sangue scarlatto

che s’infrangono nelle tue vene,

e ti fan sentire ardito e vivo

così come vivo lo sono anch’io.

Mi sciolgo nella tua pelle

che si fa brunita

al batter dei barlumi di sole.

A volte m’adagio

sulla mia lapide polverosa

a computare i miei compagni,

ma lesto me ne distacco

ché il mio fato è stare nell’Oltre.

Del Dio d’immane Amore

so il Volto e le segrete fattezze.

Mi unisco agli spiriti celesti

e tutt’in coro siamo al tuo fianco

mentre dormi e t’affanna la vita.

Non mi credere assente,

ti sono più prossimo che mai,

porgi solo l’anima al silenzio

e mi sentirai cantare

come solo le foglie d’autunno

san cantare,

quando si congedano dalla vita

e rendono lo spirito

per esser terra consacrata all’infinito.

Carlo Molinari

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#neoromanticismodigitale

2 Novembre: ti lascio andare, papà…

Da un mio scritto del dicembre scorso.

Ciao papà, è sera e devo dirti una cosa: mi hanno detto che sei morto, quando avevo sei anni e mezzo. Ma io ricordo che mi portavi a pescare, a vedere i corridori, che mi compravi giocattoli e che un giorno sei andato a lavorare e non sei più tornato: “Il papà è andato in cielo”, mi ha detto la mamma. Ma io non ti ho mai visto andare in cielo, non ti ho più visto tornare dal lavoro, non ti ho visto neanche da morto, non c’ero neanche al tuo funerale e quindi per me potresti essere ancora vivo. Da qualche parte. Sono passati 50 anni e ancora non sono convinto. Sì, lo so benissimo: ho visto la tua tomba per una vita intera: e se mi avessero ingannato e quella tomba fosse vuota? Ho solo saputo che eri morto ma non ne ho mai avuto le prove, ero bambino e non mi si potevano dare le prove ad un bambino così piccolo, forse. Ma sai, ovunque tu sia, cosa ho pensato poco fa? Ho pensato che stasera, dopo 50 anni che ti chiamo e che ti cerco, ti lascio andare. Dove vuoi, con chi vuoi. Vai, papà.

Tutto sommato la Ragione sa benissimo cosa è successo e dove tu sia adesso: più che altro è un moto dell’anima, il mio. Forse mi avresti voluto diverso, con un lavoro “sicuro”, con dei figli e dei tuoi nipoti. No, non è andata così, papà. Mi sono messo a scrivere poesie e l’ho fatto immediatamente appena tu mi hai lasciato solo. Il foglio per me era un mare aperto dove scaraventare tutte le mie paure e le mie speranze con le parole, con i sentimenti, con il mio cuore. E tutto continua anche adesso. Ora però scrivo anche di cose belle, di vita, di luce, di amore. Non sono più il Carlo rannicchiato in se stesso e solitario di qualche anno fa, di tutta una vita, tutto è cambiato in me: forse c’entri qualcosa anche tu in tutto questo?

Ti lascio andare, papà, stasera vai dove vuoi. Io ormai ho la mia strada, non ho più voglia né la forza di inseguirti. Voglio vivere serenamente. Lo Spirito mi dice che sei nato in Cielo, 50 anni fa: e ti dico che io gli credo. Credo che tu mi stia seguendo in segreto da sempre, credo che tu mi parli e mi suggerisci i versi delle mie poesie, ora puoi farlo: hai la Sapienza immensa che ti è data dal Cielo. Lo puoi fare e sono sicuro che lo stai facendo. Stasera ti lascio andare, papà, sicuro che tu invece non te ne andrai ma mi starai ancora più vicino. In fondo, ho ancora bisogno del tuo fruscio d’ali, del tuo sentore intorno a me; ho bisogno di vedere le farfalle svolazzare e magari pensare che dentro una di esse ci sia tu che mi vieni a guardare e a stare vicino.

Ciao, papà, vai. Non è un imperativo ma un dolce canto d’amore, quell’amore smisurato che io ho avuto sempre per te, specie da quando sei sparito nel nulla 50 anni fa.

Sii felice e aiutami ad essere felice, come già lo sono adesso.

Carlo

03/12/2020, ore 22.26

Ascoltando Ezio Bosso

Immagini che mi sono sorte nella mente ascoltando un brano suonato dal maestro Ezio Bosso.

Preludio

S’apre una dalia,

è fresca, ancora fresca,

di tinta arancio come la brace.

S’alza nell’onda,

si fa impeto di sole.

Danza con ventre di carne,

di giada le sue labbra.

Cresce nel silenzio,

sovrana anche delle ortiche.

Di luce immane si veste,

il quarzo nei suoi occhi,

e resta.

Poi viene la notte.

E lei sacrifica i suoi petali,

aspettando vergine,

il primo anemone che verrà.

Carlo Molinari

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Tutti i Santi

Oh Tutti i Santi,

anime di tutte le epoche

in tripudio celeste,

che camminate ameni

su cirri di cotone e arabeschi!

Voi nel gaudio, voi anime infinite,

con la palma della vittoria

tra le mani, senza più cicatrici

di spine, di pianto,

amarezza, affanno, debolezza!

Oh giusti, confidenti dei serafini,

degli Arcangeli, Potestà, Dominazioni,

cherubini, alleati del Volto di Dio!

Senza più l’inganno della morte

senza più la fatica di chiuder gli occhi

in un letto di flebo, e lasciarsi andare

nel flusso dell’Immensità sconosciuta!

Oh Voi, Tutti i Santi, che bevete

la coppa ambrata dell’immortalità!

Voi che ponete sguardi di pietà su di noi

che ancora strisciamo

su fanghi di terre infami e maldicenti!

Sia oggi e sempre il trionfo

per Voi, anime vergini, Santi di Dio!

Sia il Cielo più turchese e leale,

per Voi, figli della Vergine di Palestina!

Sia oggi e sempre, l’onore d’un salmo

a rasentarvi la pelle senza rughe,

che ormai non suda più

che ormai non appassisce più!

Senza lo spettro di trapassi laceranti,

senza il mistero del buio ipocrita della notte!

Carlo Molinari

Foto: “Tutti i santi” del Beato Angelico

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Averti qui

Averti qui.

Sei come il fascio di luce

dei miei giacinti sfolgoranti,

regali, altezzosi, carnali, esigenti,

ammiccanti, delicati, fluorescenti,

che deflagrano di sole, pura calamita

per il canto d’ogni ape regina.

Averti qui.

La notte si fa trambusto, fior di loto,

impazienza di noi, silenzio, sussurrio,

calore e canicola, voce strozzata, eterea,

ondeggio di mare, nodo di gambe, verità,

due parole incrociate al domani, amplesso,

beltà che s’irradia sul mio petto screziato.

Averti qui.

E prepararci ad un’aurora violenta,

quando con un bacio ci regaleremo l’addio.

Carlo Molinari

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Avessi anch’io

Avessi anch’io

una donna da venerare,

da magnificare sopra un altare

da cascare in un letto di pervinche.

Avessi anch’io

una donna da poter amare,

da portare al Caffè Florian a Venezia

tra orchestranti in giacca bianca

e turisti che fotografano Piazza San Marco.

Da salir con lei in funivia sulle Tofane

a cercar fossili di conchiglie, senza paure

e passeggiare per Corso Italia a Cortina.

Potessi farle leggere

tutte le mie poesie in anteprima,

portarle all’alba infuocata

un succo di mirtilli e una brioche calda.

Avessi anch’io una donna

che accettasse ogni mia debolezza,

e anch’io sapessi accoglierla

nelle sue stravaganze e difficoltà,

che si colorasse i capelli

di bordeaux e celeste, di verde erba,

di castano, di nero egizio, di spiga di grano,

a seconda di come le brillano gli occhi.

Avessi anch’io una donna

da baciare come un’imperatrice,

da portare a cena in un bistrot libanese

nel Quartiere Latino di Parigi,

tra artisti di strada e sapori d’Oriente,

che fosse con me

alla ricerca dell’assoluto,

d’uno spazio d’infinito illimitato,

d’una preghiera prima d’andare a dormire.

Avessi anch’io una donna

che trascorresse con me la vita,

i litigi, la pace fatta a suon di carezze,

la fatica dell’esserci, il sabato e domenica

in un borgo medievale della Toscana,

da andarci via in aereo

o coi treni locali che si fermano

ogni cinque minuti in aperta campagna.

Potessimo andare insieme

a cogliere l’uva tra i filari a Settembre,

a vedere i bambini gioiosi

che escono correndo e urlando da scuola,

a berci un vinello giovane

in un’osteria di vecchiacci in collina,

che avesse anche un pianoforte,

così potrei suonarle

Al Chiaro di Luna di Beethoven

o cantarle Yesterday dei Beatles.

Avessi anch’io una donna

che amasse la pittura impressionista,

le tele immense di Botticelli

le soavità celestiali di Raffaello,

le figure svolazzanti di Tiepolo

e i miei deliri scagliati su d’un foglio liso.

Avessi anch’io una donna,

solo perché senz’amore si muore,

solo perché ho il cuore reciso a metà.

So che ci sei.

Carlo Molinari

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28/10/2021

Ti immagino

nelle terre dei Tropici,

immerse in foreste pluviali,

dove l’upupa trilla

e le correnti dei Caraibi

rendono l’aria fragrante

come seta indios da sfiorare

senza ansie né amarezze.

Laddove le catene andine

soffiano la brezza benevola

in una landa di conquista,

con ombre d’apostoli cristiani

che han lasciato impronte

per sparger la Buona Novella.

Ti immagino, sì

nelle latitudini dei Tropici,

dove l’Amore ha lo stesso nome

che infervora anche qui,

dove gli innamorati

hanno la stessa baldanza

dei Principi dell’epiche romanze,

dove sole e pioggia si baciano

senza vergogna alcuna

d’esser un sacro miracolo vivente.

Buon compleanno,

amica di terra venezuelana,

che in questo giorno

incantino le camelie e le dalie,

e le piogge siano balsamo

per la tua fervida anima,

che in un giorno di sole d’autunno

incontrai, per respirare

un lembo in più di Maestrale.

Carlo Molinari

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Sia festa in quel giorno

Io non morirò

con la mia morte.

Tingerò di bordeaux

il mio sangue

e farò duro ghiaccio

del mio corpo.

In un batter di ciglia

dimenticherò

la mia carne, le mie ossa,

il mio cuore sfegatato,

i miei occhi di verde marea,

le mie labbra

che tanto han baciato,

i miei piedi che han percorso

ciottolati di campagna.

Verrò da Te, Altissimo,

tra il consesso degli angeli,

e rivedrò mio padre e mio nonno

che sorridono dopo vite

a denti stretti e assenzio deglutito.

Ci saranno frati lucenti

che inneggiano all’eterno alleluia.

Ci sarà tanto verde di campo

e papaveri e girasoli,

fiumi placidi che scorrono lenti

verso mari dove non s’annega mai.

Ci saranno poeti d’ogni tempo

che scrivono delle stelle,

delle ombre lunari e delle anime

che volano come tortore

verso i giorni affrescati della quiete.

Ci saranno schiere di bambini

che giocheranno con leoni e serpenti,

e vecchi che berranno miele

nelle osterie con le mura fatte di piuma.

Rivedrò i miei amici e lo zio Bepi

che m’intavolava al latino e all’inglese.

Potrò baciare senza dolore

tutti gli amori che hanno invaso

la mia giovinezza e gli anni dell’oblio.

Io non morirò

con la mia morte,

fatta di lutto e di vestiti neri,

con un Rosario in mano

e una cassa in mogano striato,

con un funerale e un’epigrafe smunta

che s’ingiallirà col tempo fetente.

Che tutte le bronzee campane

suonino a festa, a distesa ridente!

Che tutti gli invitati

alle mie nozze con l’Immenso

abbiano mazzi di rose tra le mani!

E tu, Cielo, cielo eterno,

dischiuditi, che in un giorno lontano

arriverò come un fulmine e un boato,

e parleremo insieme,

senza fine parleremo insieme,

di quanto siano state incantevoli

le aurore di pesca e di grano

che s’aprivano briose

dopo le lunghe nottate della vita,

e di quanti, almeno una volta

m’hanno sorriso, senza aspettarsi niente.

Carlo Molinari

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