Quell’incontro

Era incontro di mani

e odor di pelle

sulle pareti già complici,

solo saper d’esserci

e continuare la via,

dove s’incontra nebbia

ma si conosce la strada,

dove il bacio è disperso

ma il vento lo ritrova.

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Simbiotica

Cerco tra le stelle mute

e non posso incontrarti,

né all’orizzonte marino

né tra Orione e le Pleiadi.

Posso avanzare lento

verso il Sud, dove ancora

si baciano Scilla e Cariddi,

eppure l’aria putrefatta

è ciò che persiste

tra le mie dita sudate.

Senso di stordimento,

assenza e distanza di vita.

Ti ho persa tra la gente

e una festa di borgata,

dove il campanile sferzava

una nenia, ma si trascinava

solo silenzio e malincuore.

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E’ qui l’eternità

Giovedì Santo

Anima votata al candore

ti sei contornata di lune,

e abbaiavano i cani

legati a catene d’odio,

strisciavano le serpi

nelle polveri più sudice,

di tempo sprecato sei regina

e di luce mancata una signora,

hai amato per millenni

nelle fattezze più errate

ed ora ti richiamo al triduo

che del Cielo è la porta,

è tempo del ritorno

perché sai, breve è la vita

e d’ansimar non s’è mai stanchi,

appendi alla forca il dolore

che la lingua non intesse lamenti,

è quasi Pasqua e il sepolcro

gli angeli han spalancato,

e sia la quiete la tua missione

perché il tempo corre,

e sia l’amor vivo il tuo pane

perché un cuore già ti ama.

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04/2019

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Nel libro del tempo

Prendimi la vita

e fanne un sole d’agosto,

il mio folle arcobaleno

sia brezza calda e impeto

fra le crespe dei tuoi manti,

le mie parole in versi liberi

il sospiro del tuo ventre,

la mia fame di simbiosi

un balsamo sul seno bianco,

non lasciare nulla al caso

perché l’anima mia

vive nel libro del tempo,

l’ho custodito per te

ed è mancanza d’aria

non scriverlo in due.

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Prima fermata, Paradiso

Nel buio si ridiede senso all’esistenza

ormai denudati dall’esecrabili paure,

una supplica come frutice d’eliotropio

s’innalzò a sfiorare l’oscurità, e recava

il silenzio divino, i piedi nella mota

e l’anima chiarissima, ma non si canta

il versetto di Davide senz’aver palpato

le brutture dell’animo umano, perché

tutto è transito, tutto è istante,

tutto si disintegra, e tutto riaffiora,

quando cambia il finale.

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Ho detto sì

Venezia si rivestì di bianco sposa

le calli languide come ritagli d’Oriente,

poche matrone sui parapetti di trifore

e porteghi di scampanii e cantici cortesi,

interi drappelli di gondole corvine

scarabocchiavano processioni in danza,

recando ognuna fastelli di anturium

a due giovani scarmigliati, e rifulgevano

come infanti, sospesi nel parco segreto.

Venezia s’era inghirlandata d’anemoni

e i musicanti, al calar del vespero

sulle reliquie di san Marco e sui Mori,

tintinnavano quartetti di Vivaldi,

chi taceva, chi ballava, chi guaiva

e lampioni come specchi di luci a petrolio.

Profumavano di Cielo, quei giovani sposi,

oh sì, soffi d’arte che elargiva tenui carezze

ed io, a mendicar alle stelle in laguna

che il treno non ripartisse mai più.

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Domani ti avrò

Ora è giunto il tempo del silenzio,

di lampioni solo ronzio, poche vite

a strusciar l’asfalto, semafori gialli

che sbattono lenti occhi di vetro,

e case che come presepi smorzano

fievoli riverberi in lontananza,

ora è giunto il tempo del silenzio

e m’aspetto solo calma e luce,

il bacio s’è dissolto con le nebbie

l’abbraccio è bufera di vuoti d’aria

la casa riecheggia passi d’ombre,

ora m’aspetto solo calma e luce

e quasi ci vorrebbe il tuo mare,

a stemperare il buio.

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Ricordati del mio canto

Notte con assenza di addii,

porti il fardello d’un domani

che è fallito, ascolta il canto

d’un cigno morente sul lago,

ciò che non è stato scritto

mai lo sarà, e tu notte,

trascrivi un giorno

la mia anima sepolta

sulle pagine più candide

del libro divino.

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Se in un giorno d’amore

Sì, sono un’anima piagata

che ha conosciuto le croci

dell’amore, gli abissi dove

come vortice satanico,

si sprofonda e manca aria,

assenze, distanze, illusioni

parole al vento, profanazioni,

ma conosco anche l’eterno

e il fremito della luna piena

che si fa abbracciare livida,

quando specchia senza pietà

il volto che ti squarta l’anima,

so delle magnolie in fiore

e dei mazzi di calycanthus

che ho colto per farne un diadema,

e l’anello d’ambra che si fa ruscello

tra le tue dita, conosco lacerazioni

e purgatori abitati dove le mani

si chiamano all’amore, e quanta quiete,

so di te che un giorno ci sei stata

e so di te che un giorno ci sarai.

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